Archivio cartaceo | di Enrico Fierro | 30 luglio 2010
Arriva il Csm degli avvocati.
Il Pd vota con il foglietto
Eletti gli 8 membri laici. Vietti verso la vicepresidenza, B ringrazia. Ignazio Marino si infuria: tutto deciso a tavolino. L'Idv: la solita lottizzazione
È finita come doveva finire. È finita come sempre l’elezione degli otto membri laici che dovranno completare il nuovo Consiglio superiore della magistratura. Con un grande accordo tra maggioranza e opposizione. “Spartitorio e lottizzatorio”, denunciano Idv ma anche settori dello stesso Pd. Perfettamente “costituzionale”, per Dario Franceschini, il capo dei deputati democratici.
Il lotto
Gli otto “laici”, cinque tra Pdl e Lega, tre all’opposizione, due al Pd e uno all’Udc, sono: Filiberto Palumbo, l’avvocato che ha assistito il suo collega Ghedini nella difesa di Berlusconi per l’inchiesta Trani-Agcom; l’ex presidente della Consulta Annibale Marini; il costituzionalista Niccolò Zanon; l’avvocato di Bossi e di altri dirigenti della Lega, Matteo Brigandì, e Bartolomeo Rinaldi, consigliere giuridico del ministro Angelino Alfano. Tutti per il centrodestra. Il Pd ha puntato sul costituzionalista Glauco Giostra e sull’ex senatore e storico avvocato di D’Alema e di altri dirigenti del Pci-Pds-Ds, Guido Calvi. Infine Michele Vietti, destinato ad occupare il seggio più importante di Palazzo dei Marescialli.
Tutti nomi che già circolavano ieri mattina. E che inducono un deputato del Pd a fare una considerazione amara: “Come si vede, anche questa volta abbiamo votato leggendo liberamente da un foglietto”.
Vendette
Nel Pdl questa elezione è stata l’ennesima occasione per regolare i conti con i finiani, che si sono visti respingere la candidatura del siciliano Nino Lo Presti (avvocato ed ex parlamentare). A bloccare l’unico nome proposto dal presidente della Camera, sarebbe stato Berlusconi in prima persona, ormai avviato sulla strada della soluzione finale con l’ex co-fondatore e i suoi uomini. Ad Ignazio La Russa, invece, è toccato il compito di scrivere l’epitaffio sulla lapide della candidatura dell’ex amico e camerata: “L’essere finiani c’entra poco, abbiamo deciso di scegliere persone di alto profilo e laicità. Lo Presti aveva un profilo troppo politico”. “Falso – ha replicato l’interessato – ero stato avvisato della mia esclusione da Ghedini e dal ministro Alfano. E in quanto all’autorevolezza e alle competenze per me parla la mia storia, inviterei il ministro La Russa a dargli una lettura”.
Il dopo Mancino
Ma gli occhi sono tutti puntati sulla scelta di Michele Vietti, l’uomo che Casini, con l’accordo di Pd e Pdl, ha designato alla successione di Nicola Mancino. Una scelta obbligata per Anna Finocchiaro e Dario Franceschini, che i due capigruppo hanno giustificato con la vittoria nelle elezioni per la componente togata del Consiglio delle correnti più moderate della magistratura. “Non possiamo consegnare il vertice di un’istituzione così importante ad un uomo di Berlusconi”, è stato il leit motiv di Andrea Orlando, il responsabile Giustizia del Pd, che in questi giorni ha condotto la trattativa con gli altri partiti sul nome di Vietti. Dell’ex parlamentare centrista, in passato già membro del Csm, si ricorda il sostegno dato alla depenalizzazione sul falso in bilancio e alla legge sul legittimo impedimento, un passato che nel segreto dell’urna ha pesato. Vietti, infatti, avrebbe totalizzato meno voti di quelli che pure si aspettava.
Come previsto, giornata di scintille tra Ignazio Marino e i vertici del Pd. Il senatore, che nei giorni scorsi aveva raccolto le firme di 40 parlamentari sotto un appello che chiedeva trasparenza nelle nomine e la scelta di figure indipendenti e di alto profilo, ha votato scheda bianca contestando le scelte del suo partito. “Il Pd – ha dichiarato – commette un errore quando riconduce tutto alle solite culture, il Pci e la Dc. E invece dovrebbe dare l’idea di guardare al futuro e fare come in Europa, dove i candidati vengono auditi per poterne verificare le competenze”.
Così fan tutti?
Così non è andata. Col capogruppo alla Camera, Dario Franceschini, che ha respinto ogni tentativo di discussione: “Si è sempre fatto così, scegliendo tra un nome di provenienza cattolica e uno dell’area laica e socialdemocratica”. Alla fine della riunione dei gruppi parlamentari al senatore Marino che annunciava di votare scheda bianca, è arrivata la secca risposta del segretario Bersani: “Giostra e Calvi hanno un solo titolo, l’autorevolezza. L’assemblea ha deciso e non si possono accettare posizioni difformi”. Che però ci sono state con il voto contrario di Marino e del deputato Bachelet e l’astensione dei due vicecapogruppo al Senato, Felice Casson, e alla Camera, Rosa Calipari.





