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di Diego Finelli | 29 luglio 2010

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Delocalizziamo Marchionne

Ecco un altro modo di dire che non sopporto: apriamo un tavolo.

C’è un progetto da definire, un’idea da concretizzare? Apriamo un tavolo.

C’è un problema da risolvere (un’opportunità)? Apriamo un tavolo.

C’è un conflitto, una disputa da ricomporre? Apriamo, o peggio, costruiamo un tavolo.

Un paese di falegnami. A parole.

Marchionne, col suo maglioncino, porta un altro bel pezzo di produzione Fiat all’estero? Apriamo un tavolo.

Va bè. Io soluzioni non ne ho. Sento però sempre più spesso dire che è inevitabile, che è un processo inarrestabile: è giusto, è logico, che gli industriali vadano a produrre dove costa meno. In parte posso anche essere d’accordo.

Lo sono un po’ di meno se penso che “costare meno” vuol dire che chi produce (gli operai) ha sempre meno diritti e stipendi sempre più bassi. Troppo idealista? Può darsi.

Ricordiamocene, comunque, quando scegliamo che macchina comprare: pensiamo al maglioncino di Marchionne, alla sua aria progressista, agli operai sottopagati e a quelli licenziati.

Io soluzioni non ne ho, come ho detto. Mi viene solo in mente qualcosa di improbabile, antistorico. Quasi fanta-storia.

Di recente ho letto un romanzo di Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, che parla di guerra e di terrorismo, di morte e di perdita. Roba seria, argomenti che hanno un che di definitivo, di irrevocabile, irrimediabile (a mio parere ben più della dislocazione dei processi produttivi). Durante tutto il romanzo, la storia di un bambino che ha perso il padre nell’attentato alle torri gemelle, intrecciata, per legami di parentela, con quella dei sopravvissuti al bombardamento di Dresda nella seconda guerra mondiale, durante lo svolgersi del racconto, dicevo, torna a più riprese il tema dell’inversione, della possibilità, fantasticata, desiderata, che l’irrimediabile si rovesci, che i processi tragici, le catastrofi, le violenze della guerra tornino indietro, si riavvolgano, come un filmato che gira al contrario.

Il romanzo si conclude proprio con questa immagine, immaginata dal bambino protagonista, delle persone che, anziché precipitare disperate dagli ultimi piani del World Trade Center, tornano su, salgono dalla strada al cielo, a invertire il processo innescato dalla violenza della storia.

La citazione è piena, per nulla velata, a partire dal fatto che, come detto, alla storia del bambino newyorkese si incrocia quella dei nonni paterni sopravvissuti al massacro di Dresda. La citazione arriva dal capolavoro di Kurt Vonnegut, Mattatoio numero 5, in cui il protagonista, che è stato a combattere in Germania durante la seconda guerra mondiale, immagina le bombe salire dal suolo alla carlinga degli aerei, e gli aerei volare all’indietro e atterrare in retromarcia sulle navi, e i soldati risalire sui treni, e le case ricostruirsi da sole da mucchi di macerie che sono.

Vaneggiamenti di romanzieri.

Io, modestamente, provo un sogno più piccolo, minimale.

Se è vero che il processo inarrestabile di cui stavamo parlando all’inizio era quello che vede gli amministratori delegati delle grandi (e, perché no, piccole e medie) industrie insigniti del diritto naturale di spostare a proprio piacimento in giro per il mondo la produzione delle merci, a seconda delle paghe basse, delle basse pretese sindacali, delle ricompense pubbliche, delle legislazioni più o meno permissive. E pazienza se centinaia, migliaia di persone rimangono senza lavoro. E’ così che va la vita.

Allora mi piace immaginare un processo inverso, mi piace immaginare che migliaia di lavoratori possano scegliere di andare a lavorare dove più conviene a loro: un mese fanno andare avanti lo stabilimento di Mirafiori e aiutano Marchionne a pagarsi i maglioni; poi la Opel offre uno stipendio più alto e la polizza sanitaria che comprende pure le cure dentistiche, allora vanno a lavorare in Germania. Marchionne, niente maglione. Poi in autunno, apre una fabbrica di auto nuova, che ne so, in Marocco, che fa anche più caldo che in Germania o a Torino, vanno in Marocco. E via così. Un anno in Islanda, sei mesi in Canada, due anni in Irpinia, eccetera. Un processo inevitabile.

Che bello poi, immaginare i signori dell’industria e i capi di governo, chi col maglione, chi in giacca e cravatta, a costruire in fretta e furia un enorme tavolo da farci sedere attorno tutti gli operai.

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