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di Corrado Giustiniani | 28 luglio 2010

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Cari cinecritici, non prendeteci per il c..o

Un consiglio spassionato: non andate a vedere ‘Bright Star’, uno dei film più pallosi, più insulsi, più scontati, meno cinematografici della storia iniziata con i Fratelli Lumière. Non fate l’errore commesso dal sottoscritto, che si è tirato dietro, per giunta, cinque amici che da oggi in poi non mi chiederanno più un consiglio nemmeno sul menu di una trattoria. L’impulso ad alzarsi dalla poltrona e uscire prima della fine era quasi irresistibile. Tutti e sei siamo rimasti invece alfierescamente incollati al nostro posto per una strana forma di masochismo, per un rabbioso cupio dissolvi. Non certo perché intravvedessimo una possibilità di decollo in extremis. Anzi, la seconda parte, se possibile, è ancora più deludente della prima.

Uno dice: approfittiamo di queste serate tranquille per vedere in santa pace quanto di bello ci siamo persi nella prima metà dell’anno. E allora apre Il Corriere della Sera, e legge che a Bright Star danno quattro stelle: il massimo. Con la seguente motivazione: “Splendido film di Jane Campion sulla breve, appassionata vita del poeta John Keats e sul suo amore (1818) per Fanny Brawne. La grazia con la quale la Campion narra un legame tra vita e arte, in tutte le sfumature del dolore e della gioia, è incantevole. E’ un film sulla parola, sulla poesia, sulla vita e sulla morte”. Me cojons…viene da commentare.

Poi passa a Repubblica. Qui non c’è la stelletta riservata ai film “da non perdere”, ma pur sempre il quadrato dei film “da vedere”. E la trama è invitante: “La romantica, appassionata, e mai consumata storia d’amore…”. Non c’è due senza tre, e sfogliamo Il Messaggero. Le quotazioni di Bright Star schizzano di nuovo su, a tre stellette e mezzo su quattro. “Un film moderno, non modernista. Sapiente ma mai scostante. Nutrito di verità storica senza esserne schiavo. Malgrado gli eccessi letterari della seconda parte, uno dei più bei film dell’anno e della sua autrice”.

Allora afferro il telefono e chiamo: “Sì, lo so, Affetti e dispetti non è piaciuto a tutti, ma stavolta mi ringrazierete”. Gli amici di cui ho formato il numero, chiariamo, non sono cultori di Giovannona tutta calda e dei cinepanettoni, ma gente che si è fatta i muscoli del sedere sulle poltroncine dei cinema d’essai, che ha visto tre volte La madre di Pudovkin, Intolerance e la Nascita di una nazione di Griffith, che conosce a menadito il cinema del neorealismo e l’opera di Bergman, che apprezza Almodovar come Woody Allen e che considera Il Concerto il miglior film della stagione passata. E poi, vorrà pur dire qualcosa che Bright Star è stato realizzato dalla stessa regista di “Lezioni di piano”, no?

No, proprio no. Non vuol dire niente. O forse sì, dipende dai punti vista. Al Cinema Giulio Cesare di Roma, con cinque euro e mezzo del prezzo del biglietto, ci hanno anche servito un aperitivo. Piacevole sorpresa, ma pessimo segnale. La sala, infatti, era giustamente vuota. Il film è lunghissimo, senza che vi sia lo sviluppo decente di una trama. All’inizio Fanny dichiara il suo interesse per il poeta romantico, e lui, John Keats, risponde corrispondendo il suo amore, ma purtroppo non ha il becco di un quattrino. Tutto qui. Poi va a Londra in carrozza senza il tabarro, allora si ammala e muore. Anzi, morirà in italia.

Un film giocato all’80 per cento sugli interni di una casa di campagna inglese, in camerette buie, dove gli sguardi di lui e di lei si inseguono. Oltre a sguardi, ticchettii su pareti di legno contigue e versi (nel senso poetico del termine). Strofe su strofe, poesie su poesie, alle quali lo spettatore non può prestare la dovuta attenzione, perché non è questo il linguaggio del cinema. Poesie che infarcisono persino i titoli di coda. Il primo “che palle” uno lo pensa dopo un quarto d’ora. Dopo tre quarti d’ora lo mormora a labbra socchiuse. Poi è un trionfo di “non se ne può più”, perché l’opera è esageratamente e inutilmente lunga.

Un colpo di scena, a dire il vero c’è. L’amico del poeta, a un certo punto, mette incinta una servetta. E’ lei a raccontare l’accaduto. Vediamo che la pancia cresce, ed è l’unico dato che ci fa capire che sta passando del tempo. Poi il bimbo nasce, anzi, ha già un anno buono e Tootsie, la sorellina della protagonista, lo porta in braccio. Solo che Tootsie è rimasta piccola come all’inizio del film, per lei il tempo non è trascorso, e ciò dà un che di ridicolo a tutte queste sequenze. Come ridicolo è il fratello della protagonista, che la segue come un’ombra qualunque cosa lei faccia. E la madre di Fanny con una cuffia sempre calcata in testa.

E’ difficile capire come si sia prodotto questo inspiegabile conformismo elogiativo. Di certo non viene reso un buon servizio allo spettatore che paga un euro per comprare il giornale e crede fermamente nella mediazione di un critico cinematografico.

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