In un’estate musicale quanto mai ricca di appuntamenti musicali, alcuni dei quali di ottimo livello, Joe Bonamassa, 33enne newyorkese torna in Italia mercoledì sera a Genova, dopo l’emozionante concerto di pochi giorni fa a Manforte d’Alba.

E’ strano come alcuni musicisti arrivino in piccoli posti, fuori dai tradizionali circuiti, lasciandoci poi un segno profondo. Del concerto magari vi dico tra un attimo, nel frattempo vorrei presentare questo chitarrista che, seppur vanti uno stuolo di appassionati in continuo aumento, anche nel nostro paese, non è certo uno che venga fermato per strada per una foto o un autografo. Del resto fino ad oggi, nessun programma o Tg, qui da noi, si è mai occupato di lui.

Peccato perché ci sarebbe anche una bella storia da raccontare, musicista di quarta generazione, visto che nonno e bisnonno, emigrati italiani, erano trombettisti jazz mentre suo padre, chitarrista anche lui, gestiva un negozio di strumenti musicali a New York.

A me è capitato di farlo in radio quasi 10 anni fa e da quel momento ho continuato a seguirlo con attenzione, esaltandomi per i dischi più belli e restando un po’ interdetto per un paio meno convincenti, ma alla fine ci stanno tutti e forse anche quei due meno brillanti gli son serviti per tirare fuori l’ultimo e coinvolgente “Black Rock” i cui brani suonano convincenti anche nel tour mondiale in corso.

Joe Bonamassa è un chitarrista passionale, autentico, viscerale. Nel corso degli anni è maturato e non poco, segno di una consapevolezza delle sue doti innate, ma anche di un bel lavoro fatto su se stesso,un lavoro attento in grado di saper ascoltare consigli e suggerimenti. Oggi finalmente non suona più con la necessità di far capire al pubblico quanto sia bravo, suona per il pubblico e la differenza si sente.

E’ cresciuto ascoltando giorno e notte Stevie Ray Vaughan e John Mayall, scoprendo il blues con Robert Johnson e Buddy Guy e il rock con Jeff Beck e Jimmy Page.

D’istinto qualcuno dirà: ”beh, dopo tutta ‘sta scuola vorrei pur vedere che i risultati fossero scadenti!”. E infatti i risultati si sentono:

Sloe Gin (ascolta)

Da quella prima presentazione in radio, Joe Bonamassa è stato sempre presente nelle mie scalette e molti ascoltatori hanno cominciato a seguirlo nei concerti, tanto che oggi c’è una bella community italiana di suoi fans, con alcuni, come il mio amico Alfredo al quale dalla radio ho contagiato la passione e che se lo è visto già 5 volte in un paio d’anni.

Quando nelle scorse settimane ho avuto tra le mani il nuovo disco: ”Black Rock”, mi sono interrogato su cosa volesse dire quel titolo sparato a caratteri d’oro su una copertina nera raffigurante un grosso sasso o al massimo un curioso meteorite.

Poi tra le note del libretto interno la risposta.

Black Rock sono degli studi da favola, affacciati sul mare dell’isola greca di Santorini dove il disco è stato registrato. Se proprio voleste soffrire provate a dare un’occhiata a un paio di foto:

Su un fatto possiamo essere d’accordo, in uno studio così, pure se andassimo noi qualcosa di buono verrebbe fuori, almeno come ispirazione, a Joe Bonamassa è venuto fuori un disco che si apre così:

Steal your heart away (ascolta) 

e prosegue con un ospite che ha rappresentato uno dei momenti più importanti della sua vita, infatti a 12 anni, Joe Bonamassa ebbe l’occasione di esibirsi in apertura di un concerto di B.B. King, quell’incontro indimenticabile è stato ricreato adesso per questo pezzo che li vede duettare insieme:

Night life (ascolta)

L’altra sera, nel cuore delle Langhe, B.B. King non c’era, sarebbe stato il massimo, ma per chi c’era, rimarrà una serata di quelle serate che non si dimenticano

L’anfiteatro di Monforte d’Alba è sulla cima del paese: per raggiungerlo c’è un tratto di salita da fare a piedi, per fortuna breve, ma con una pendenza simile a quella del Pordoi. Si arriva in cima con la lingua penzoloni ma ne vale la pena per il posto che raggiungi: un anfiteatro naturale magnifico, con alle spalle una chiesa sconsacrata (ora birreria) e il palco a 1 metro dalla prima fila di sedie. Io, Alfredo, Barbara e Laura ci siamo appostati in seconda fila e avevamo Joe che suonava a due metri massimo da noi.

Appena attacca la prima nota un’altra bellissima sorpresa: l’acustica è perfetta ed è difficile potere assistere ad un concerto in situazione acustica e visiva migliore.

E’ senza dubbio nella forma migliore, il concerto parte con “The Ballad of John Henry”, si susseguono poi tutti i suoi brani più famosi (“Sloe Gin”, “Blues Deluxe”,  “One of this days”, “Bridge to better days”) e a ogni pezzo si susseguono i cambi di chitarra, almeno una dozzina delle trenta che porta sempre con sè. Dopo due ore di concerto il buon Joe saluta e tra i bis regala la sua versione da brividi di “Bird on a wire”.

E’ uno dei pezzi più commoventi di Leonard Cohen, “come un uccello sul filo, come un ubriaco nella notte, così ho sempre cercato di essere libero” e in quella sera e in quel posto è diventata magica:

Bird on a wire (ascoltya)

Lungo la discesa del ritorno Alfredo mi fa: “lunga vita al rock e a chi lo suona in questo modo”.

Non c’era bisogno di aggiungere altro e ho guidato con questo sottofondo:

Baby you gotta change your mind (ascolta)