Nell’attacco di “Body art” Don De Lillo scrive: “Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela”. Molto di ciò che succede nella letteratura contemporanea potrebbe rientrare nel breve quadro tracciato all’interno di questa frase. Difficilmente infatti si potrebbe descrivere meglio di così il senso dello scrivere e del leggere romanzi nel mondo globalizzato, moderno, iper occidentale e tecnologico in cui viviamo.

Non si può negare che le opere dei maggiori scrittori attivi negli ultimi decenni non si discostino di molto, nella struttura e nella fisionomia, dalle opere di narrativa che appartengono alle epoche precedenti. Il fallimento di ogni sperimentalismo è conclamato dal fatto che le storie che attualmente prediligiamo conservano per sommi capi la stessa forma che fu del Don Chisciotte. Ciò che muta è il linguaggio, ma non la forma-romanzo. E nessuna tra le arti maggiori è rimasta così a lungo cristallizzata in una configurazione tanto arcaica eppure così perfetta.

Ultimamente mi faccio numerose domande. Per esempio, come mai in un’epoca come questa dominata dalla velocità dei flussi d’informazione, dagli spot di 3 secondi, da una specie di puzzle ipnotico-sensoriale che ci racconta di storie in perenne mutazione, l’essere umano continua ad interessarsi a quei pachidermi consacrati alla lentezza che sono i romanzi? In sintesi – tornando a De Lillo – perché mentre tutto scorre noi continuiamo a stare fermi e a fissare quel ragno attaccato alla ragnatela? E ancora, raccontare il presente è davvero uno dei compiti necessari a cui dovrebbe dedicarsi la letteratura, o piuttosto – per quanto ne dicano certi critici e certi autori contemporanei – compito principale dello scrivere è invece connettersi a una dimensione che proviene da un altro luogo, fosse anche da un altro tempo e da un’altra terra?

La forma romanzo ha una resistenza fortissima ad ammettere le mutazioni di un’epoca e questa riluttanza può arrivare fino alla completa cecità di fronte alle peculiarità che costellano il nostro tempo. Tuttavia, credo che una delle ragioni che spiegano la depressione psicotica in cui versa la letteratura contemporanea italiana sia da ricercare proprio nella rincorsa, a volte tormentosa e straziante, di una relazione del testo col tempo presente. Un’ansia che ha visto, sempre più spesso, la letteratura inseguire la cronaca, braccare certi concetti, come la violenza, ritenuti fondativi di quest’epoca.

Così, per consolarmi, seguito a leggere l’incipit di “Body art”, e qualche riga dopo scopro che: “Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla regnatela agitata dal vento”. Ecco, forse non sappiamo davvero quale dei due sia fuori luogo, se il ragno o il rumore del vento tra i pini, se continuare a produrre e leggere romanzi o incaponirsi a dare un senso a questi anni turbinosi e spediti.

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