La decisione della RAI di “abolire” la “moviola” (sulle virgolette torneremo tra poco) ha trovato un posto di rilievo nel dibattito mediatico.

Come in molte altre situazioni, e ne abbiamo già parlato in questa sede, lo sport è fedele specchio di quello che succede nella società in cui è inscritto.

Ragion per cui sono parecchie le sfaccettature della vicenda che si prestano a considerazioni.

Ho usato poc’anzi le virgolette perché non di abolizione vera e propria si tratta (ma di drastica riduzione) e perché il termine “moviola” non andrebbe utilizzato in questo contesto.

Dicesi infatti “moviola” quel meraviglioso strumento utilizzato per lavorare (fare editing direbbero quelli che parlano bene) in pellicola. Sono quindi film e documentari, e non certo la TV del nuovo millennio, i naturali territori di utilizzo di questo nobile macchinario.

Già il fatto che si adoperi un termine degli anni ’70, quando effettivamente la TV di stato girava in pellicola ed era quindi davvero una moviola quella che veniva utilizzata per mostrare le immagini dei casi controversi, è piuttosto indicativo dei relativi passi avanti che sono stati fatti in quasi mezzo secolo.

Siamo ancora tutti con la testa a Lo Bello e Bettega, forse è il caso di darsi una mossa, nel frattempo l’editing video si fa coi computer, che a quell’epoca c’erano solo alla NASA. Ma non divaghiamo troppo e rimaniamo al punto da cui siamo partiti. Per quei pochissimi che non fossero stati raggiunti dalle polemiche, il direttore di RAI Sport Eugenio De Paoli ha dichiarato di aver fatto proprio un suggerimento del compianto Beniamino Placido, che non vedeva di buon occhio le infinite discussioni sui singoli episodi.

Dalla stagione entrante quindi, sui canali RAI, ci sarà solo una selezione di episodi (tre mi pare di aver letto) che verranno illustrati da un tecnico nel proprio merito regolamentare. Lasciando lo spazio della discussioni, ieri appannaggio di forsennati dibattiti tra tuttologi, a temi più squisitamente calcistici (non sia mai che scappi qualche parola sugli altri sport, per l’amor di Dio, che la gente vuole il pallone !!!).

Dal momento in cui questa decisione è stata resa pubblica, sull’argomento si sono espressi sportivi, non sportivi, il CDR di RAI Sport, l’onorevole Cicchitto e molti altri. Tutti per approvare o disapprovare (soprattutto la seconda a naso) la predetta (non) abolizione della (non) moviola.

Invece io vorrei, se possibile, non ingrossare le fila di chi dice la sua nel merito della decisione, senza per questo rinunciare a parlare dell’argomento.

Per almeno due motivi che ritengo buonissimi.

Il primo è di elementare opportunità, visto che lavoro per un’azienda concorrente e mi par assai più elegante lasciare a chi di competenza le valutazioni del caso.

Il secondo, più importante e significativo, è che ritengo che l’obbligatorietà di schierarsi all’interno di una dicotomia uno dei mali principali del microcosmo sport e del macrocosmo società.

Nello sport, ad esempio, il corollario di questo atteggiamento è addossare automaticamente a chiunque una patente di “tifo” per qualcuno.

Se non fate il giornalista sportivo e ne avete mai incontrato uno, sono quasi sicuro che una delle prime due domande che gli avete fatto sia stata “per chi tifi ?”.

A me è capitato di sentirmelo chiedere giusto un paio di fantastiliardi di volte.

Ed ogni volta, prima mi viene la tentazione di alterarmi per la presunzione (in senso tecnico) dell’interlocutore.

Salvo poi cercare pazientemente, ed invano, di illustrargli i motivi per cui si può anche decidere scientemente di non tifare, specie se per ventura fai un lavoro come il mio.

E’ che, nella mia stupidità, ritengo ancora che non dovrebbe essere normale, ma semmai eccezionale, assumere che un giornalista faccia il tifo.

Sub-corollario altrettanto automatico e ben più serio a quanto sopra, è che è ancor più comune pensare che quell’eventuale tifo rappresenti l’unica bussola in mano a chi fa informazione per orientarsi.

Come potete ben immaginare, la trasposizione dallo sport alla vita di tutti i giorni è facile. Mentre è molto molto più difficile cercare di ribellarsi a questa logica.

Avvertenza per chi prova a farlo: mettete in preventivo una vasta gamma di sorrisetti tra il commiseratorio-ammiccante-complice di interlocutori che, se educati, faran finta di credere a quanto enunciate solennemente, e cioè che non è obbligatorio tifare e che anche facendolo si può comunque avere un’ideale superiore (in questo caso l’etica professionale).

I professionisti del sorriso, mentre parlate, stanno infatti pensando “che tanto questo dice così solo perché è … (sostituite quel che preferite ai puntini sospensivi, siamo tutti incasellati) e non vuole ammetterlo”.

Riassumiamo a che punto siamo arrivati.

Innanzitutto, o di qui o di là. O con la moviola come era prima o con quella prossima ventura. O per la Juve o per il Toro. O con Tizio o contro di lui. Senza scampo. Nello sport, in “politica” (virgolette queste da non spiegare), ovunque. Non c’è tempo per spiegare, capire, approfondire, argomentare. La gente, oltre al pallone, vuole i sondaggi, poche cose ma chiare.

E comunque, sia ben chiaro che qualsiasi cosa detta o fatta nasce da un’appartenenza ad una di queste “fazioni forzate”.

Se dite il contrario, è solo per paludare la vostra militanza o per fare gli originali. E da qualche parte magari c’è anche qualche bel dossier che dimostra “inoppugnabilmente” il contrario.

Ultima considerazione prima di finire il giro con un parere sull’uso dei mezzi televisivi nello sport.

E’ chiaro che non mi beo nella pia illusione di essere una creatura obiettiva, immune dal “tifo” e dai suoi derivati.

Già sono predisposto dalla mia umile condizione umana a fare figli e figliastri. Figurarsi poi nel clima culturale che ho provato a descrivere.

Sì, sono più volte incorso nel vizio di prendere una dannata posizione pre-giudizievole. Per superficialità, limitatezza, piccolo tornaconto, cattiva abitudine.

Il che non autorizza gli altri a farlo. E neppure a demolire tutte le mie posizioni (o meglio quelle del Mister X con le stesse caratteristiche).

Altrimenti finisce che nessuno è mafioso perché lo siamo un po’ tutti, che nessuno ruba perché rubano un po’ tutti. O se preferite, che nessuno può segnalare che un affiliato a Cosa Nostra o un corruttore abituale sono dei criminali.

Finalino (finalmente !) sulla “moviola”.

Per quel che è la mia esperienza, il campo dell’analisi giornalistica di quanto avviene nello sport non ha nulla a che fare con l’utilizzo della tecnologia per assistere l’arbitro. Se volete la battuta non è l’unica cosa su cui mi trovo in disaccordo con l’onorevole Cicchitto. Se invece volete una considerazione seria, questo non significa che ogni volta che parla Cicchitto, o uno con posizioni eventualmente lontane dalle mie, debba disapprovare, fischiare o negargli il diritto di esprimersi. Sto a sentire quel che ha da dire, dico la mia e così la prossima volta. Ma eravamo rimasti alla tecnologia.

Uno scudetto del basket, nel 2005, è stato assegnato alla Fortitudo dopo che i direttori di gara hanno avuto la possibilità, tramite un sistema di “instant replay” posizionato a bordo campo, di constatare che il canestro decisivo era arrivato qualche centesimo (4-5) prima della sirena di fine gara e non dopo.

Siccome occhio ed orecchio umano non percepiscono uno spazio di 4-5 centesimi di secondo, in quel caso usare la tecnologia è mero uso dell’intelligenza, nell’interesse dell’equità del risultato e della bontà del prodotto che si vende.

Se invece parliamo di utilizzare replay e altri strumenti per vedere “se l’arbitro ha fatto giusto”, siamo in un campo diverso.

Intanto siamo in un campo di rara scivolosità, perché la realtà tecnica è molto complessa e non di rado sono molte le interpretazioni possibili, già che la lettera del regolamento da sola non ricomprende tutte le sfumature dell’Universo.

Poi, un buon arbitro è quello che durante la partita riduce i propri errori. Perché quello che li azzera non è ancora nato e non nascerà.

Vado oltre, un buon arbitro è quello che meglio e più degli altri accetta gli errori congeniti nella sua attività, usandoli come stimolo per farne sempre di meno.

Quindi, quel buon arbitro, non solo gradirà l’uso delle immagini per mostrare i casi controversi ma lo pretenderà.

A patto ovviamente che chi commenta abbia un accettabile grado di competenza e buona fede, non voglia dimostrare una tesi precostituita e sappia scegliere bene le parole con cui illustrare i concetti.

Saranno semmai gli arbitri poco preparati e poco onesti intellettualmente a cercare di coprire i propri errori e a scagliarsi in maniera strumentale contro l’occhio televisivo. Così come saranno i commentatori interessati e impreparati a prendere delle posizioni estremistiche e fare caciara, senza che questo significhi che questa degenere declinazione della “moviola” sia l’unica possibile.

Ora col vostro programma di videoscrittura provate a fare, nel periodo precedente, un’azione di Trova “arbitro” e Sostituisci con “Magistrato/Politico/Persona Giudicata dai Media in quanto il suo agire ha un impatto sulla Cosa Pubblica”.

Con un po’ di onestà intellettuale, qualche veste strappata in meno ed un po’ di pazienza nell’argomentare (cioè senza voler trinciare un giudizio pro/contro in 5 secondi), forse potremmo fare dei passi avanti. Tutti ed in tutti i campi.