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di Angela Vitaliano | 27 luglio 2010

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Michelle e il potere rosa

Qualche giorno fa la mia amica Kathya mi ha mandato una mail con una storiella sul presidente Obama e sua moglie Michelle che mi ha fatto sorridere ma anche riflettere. Questa, la storiella: “Una sera il presidente Obama e sua moglie Michelle decidono di cenare in un ristorante non troppo lussuoso, tanto per cambiare un po’. Mentre mangiano, il proprietario del ristorante si avvicina al loro tavolo e chiede ai servizi segreti se può salutare la moglie del presidente. Quando si allontana, dopo aver conversato con la First Lady, Obama chiede a Michelle, “perché ha voluto parlarti?”. Michelle gli spiega che, quando erano giovani, l’uomo era molto innamorato di lei per molto molto tempo. “Ah, risponde Obama, ciò significa che se avessi sposato lui, ora saresti la proprietaria di questo ristorante?” Michelle gli risponde: “No tesoro, se lo avessi sposato, lui sarebbe il presidente degli Stati Uniti”.

Considero Barack Obama un ottimo presidente e un leader carismatico, preparato e capace, ma questa storiella ha qualcosa di vero, se non altro nel ruolo fondamentale che sua moglie Michelle ha avuto nella sua vita. Al di là dei complimenti di cui Obama non è mai avaro quando si tratta di sua moglie (e chi di noi, signore e signorine, non ricorda con gli occhi lucidi la dedica che il neo eletto presidente fece alla first lady dal palco di Chicago quando la definì “la mia migliore amica degli ultimi 16 anni, la roccia della famiglia e l’amore della mia vita”?) mi fa piacere ricordare che Michelle Robinson era il “capo” del futuro presidente quando lui entrò nello studio legale di Chicago dove si conobbero la prima volta e che, in casa, la signora Obama non ha mai vissuto un passo indietro rispetto a suo marito. Lo stesso Obama racconta nel libro L’audacia della speranza di quando lui era senatore, pendolare fra DC e Chicago, e, un giorno chiamo’ Michelle, felice, perché una sua proposta di legge stava facendo progressi. Per tutta risposta, Michelle, tagliò corto e gli disse che, tornando a casa, doveva fermarsi a comprare il veleno per le formiche perché la casa era invasa e lei era impegnata in una riunione. “Riagganciai il telefono e mi chiesi se John McCain o Ted Kennedy avessero mai dovuto comprare delle trappole per formiche tornando a casa”, scrive Obama. Forse no. Quasi sicuramente no. Ed, infatti, mi viene da pensare che nessuno dei due, è poi diventato presidente degli Stati Uniti.

Quando sono arrivata a New York, le donne mi avevano profondamente deluso o anche ferito. In questa città le ho ritrovate. Con la loro forza e la loro meravigliosa anima. Qui non si azzannano per un po’ di potere e non sono condiscendenti all’immagine che di loro vorrebbero gli uomini. Se non avesse avuto come rivale Barack Obama (che io sostenevo), Hillary Clinton sarebbe stata il presidente degli Stati Uniti e sarebbe stata un ottimo presidente. A suo svantaggio ha giocato molto proprio suo marito Bill, perché l’idea che fosse “privilegiata” da quel matrimonio ne adombrava i meriti, pur reali.

La situazione delle donne in Italia è drammatica e le donne sono immobili. O quasi. Non voglio nemmeno fare un elenco di ciò che tutti hanno sotto gli occhi ma voglio sottolineare il silenzio (o quasi silenzio) che accompagna ogni nuovo scempio, ogni nuovo passo indietro. Ci si accontenta di avere le “quote rosa”, quell’assurdo contentino che permette a quelle che sanno fare meglio lobby (con gli uomini) di ottenere un posticino di potere e poi abbassare la voce e i toni per conservarlo (a destra e a sinistra).

E l’errore è anche credere che le battaglie possano farsi cambiando le grandi cose senza cambiare quelle piccole. Oggi un’altra amica mi segnalava l’orrenda pratica italiana degli annunci di lavoro in cui, soprattutto per le donne, si chiede ancora un limite di età e una foto. Quando sono arrivata a New York ho chiesto ad un’amica di controllare il mio curriculum in inglese. E ho capito l’oceano che ci separa. Qui un curriculum deve essere massimo di una pagina e non puoi mettere nemmeno la tua data di nascita o, ovviamente, la nazionalità: l’azienda che lo riceve si troverebbe in difficoltà perché quei dati potrebbero creare delle “discriminazioni”.

Una volta, ma non un secolo fa, ero in una riunione con molti altri dirigenti, come me, e la persona che ci aveva convocati in riunione era una donna, di quelle di “potere”. A qualcuno venne l’idea di ordinare dei caffè. Io ero l’unica donna: lei chiese a me di chiamare il bar e fare “gli onori di casa”.

Come tutti quelli che credono in questo presidente, un giorno vorrei avere l’onore di stringergli la mano ma se mi venisse offerta un’unica scelta fra lui e Michelle, sceglierei di incontrare Michelle Robinson Obama, la first lady e la donna al cui genere sono fiere di appartenere.

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