Ambiente & Veleni | di Nicolò Carnimeo
27 luglio 2010
La ‘zuppa di plastica’ e la miliardaria skipper
Lo scafo si chiama Plastiki e prende il nome dal Kon-Tiki la zattera di legno di balsa e giunco con la quale l’antropologo ed esploratore norvegese Thor Heyerdahl nel 1947 attraversò gli oceani dal Perù alla Polinesia per dimostrare, simulandone il viaggio, che gli abitanti di quelle isole provenivano dall’America latina. Ma questa nuova zattera di diciotto metri armata da uno degli uomini più ricchi del pianeta, il trentenne barone David de Rothshild, e dalla sua organizzazione Adventure Ecology, non ha sfidato il Pacifico per ragioni scientifiche, lo scopo è stato quello di realizzare una grande campagna di sensibilizzazione sull’inquinamento della plastica negli oceani e spingere a riutilizzare e riciclare i rifiuti. Con lui anche Olav Heyerdahl, nipote di Thor l’esploratore.
Il Plastiki, infatti, è costruito interamente da bottiglie di plastica e materiale riciclato, ma ha il design raffinato di un catamarano di ultima generazione – lo si può vedere sul sito - partito da San Francisco ha raggiunto Sydney percorrendo 12mila miglia ed esplorando il Great Pacific Garbage Pacht, la più grande discarica galleggiante esistente.
Questa gigantesca «zuppa di plastica» mescolata e raccolta dal vortice del Nord Pacifico (Pacific Vortex), una delle più potenti correnti circolari oceaniche, è formata da miliardi di frammenti plastici – si stimano in 100 milioni di tonnellate! – che il mare è riuscito a frantumare, ma non a distruggere. Essi, in base al gioco dei venti e della stessa corrente che li aggrega e disgrega, possono compattarsi assumendo quasi la consistenza di un’isola di detriti, un blob del quale è difficile stabilire l’estensione. Alcuni sostengono che sia grande quanto il Quebec (600.000 miglia quadrate) altri la stimano in due volte la superficie del Texas, c’è chi la paragona persino agli Stati Uniti (3.8 milioni di miglia quadrate), ma il dato certo è che la densità di materie plastiche aumenta ogni anno in modo esponenziale.
La situazione nel Great Pacific Garbage Pacht si evolve, ed è già mutata da quando nella primavera del 1997 il capitano Charles Moore (si veda il sito della sua fondazione) che l’ha scoperta finì per errore in quella che anticamente veniva chiamata the horse latitude (la latitudine o “rotta dei cavalli”, chiamata così perché ci sarebbero voluti dei destrieri per trainare i velieri fermi nelle immobili piatte oceaniche caratterizzate da poco vento e alta pressione) «Per miglia e miglia di navigazione – ricorda lo skipper – salivo sul ponte e intorno a me c’era solo plastica, ogni porcheria che abbiamo gettato in acqua negli ultimi cinquant’anni!».
Non c’è da stupirsi se l’andamento è in crescita, in base a dati della Fao e dell’Unep (United Nations Environment Programme) ogni anno finiscono negli oceani 6,4 milioni di tonnellate di rifiuti dei quali circa il 90% sono materie plastiche, l’80% arriva da insediamenti terrestri e il 20% sono abbandonati o perduti dalle navi. E le stime paiono per difetto se si pensa che dei 200 milioni di tonnellate annue di materiali plastici, il 50% è utilizzato per articoli monouso o che si getta entro l’anno, e solo il 3% del totale viene riciclato.
Gran parte di questo materiale si dissolve grazie ad un processo di fotodegradazione in minuscoli frammenti che entrano involontariamente a far parte della catena alimentare. I molluschi e i pesci li scambiano per zooplancton, li ingeriscono e muoiono a milioni, non solo i pelagici (cioè le specie che nuotano in superficie), ma anche quelli che vivono sul fondo dove la plastica si è depositata come una specie di impenetrabile e indistruttibile manto: il fondale degli oceani accoglie l’ 85% dei rifiuti, ciò che galleggia è pari solo al 15% del totale. Ovviamente sostanze come come DDT e PCB (policlorobifenili) ingerite dagli organismi marini, entrano nella catena alimentare e da qui raggiungono l’uomo.
Saremo annientati o sommersi dall’isola di plastica? Come in un film di Spielberg o in un bella fiaba moderna, un miliardario, una pin up e il nipote di un vecchio esploratore ci hanno indicato la rotta.



e quando la finiremo di sparare *******te sulla raccolta differenziata?
visto che comuni come il mio (POLLA (SA)) si sta trasformando da bel paesello del cilento-vallo di diano, a tipico paese della provincia di caserta/napoli con fiumi, prati e boschi zeppi di rifiuti che la gente va disseminando perchè il servizio di nettezza urbana non funziona come dovrebbe…e quindi i miei cari concittadini (si fa per dire) anzichè lamentarsi di questo disservizio, pensano bene di caricare le loro auto di sacchetti pieni di immondizia, cucine, scaldabagni&Co. e di andarle a scaricare di notte in fiumi (il tanagro dove c’è ancora la LONTRA…ma ci resterà ancora per poco) boschi e prati!
che scass’!
Voti:
0
0
beh se hai dei concittadini di mer** ovvio che la differenziata non funziona. Fatevi un giro nel trevigiano…com’è che li la raccolta funziona e produce ricchezza? Magia?
Voti:
0
0
Evitiamo banali generalizzazioni…Nel salernitano ci sono zone – come quella in cui abito – in cui la raccolta differenziata è al 70% – 80%
Ricicliamo anche l’olio da cucina per trasformarlo in fonte di energia.
Voti:
0
0
Mi chiedo se non possa essere economicamente vantaggioso recuperare questa tutta questa plastica e avviarla al riciclo.
Voti:
0
0
mmm…me lo sono chiesto anch’io!
ma credo si tratti di polimeri con legami ormai molto compromessi…quinsi non ci troviamo più di fronte a plastica nel senso “strutturale” del termine.
non credo si possa riciclare più!
Voti:
0
0
Cinquant’anni fa io facevo il bagno nei fiumi puliti della mia regione (Veneto). In soli 50 anni “il progresso” è stato incredibile. Fra altri 50 anni dove arriveremo? Io non ci sarò più ma mia figlia, purtroppo, avrà la risposta.
Voti:
0
0
…forse.
Voti:
0
0
Purtroppo non è possibile recuperare la plastica in mare perchè le correnti l’hanno frantumata in minuscoli pezzettini. L’oceano in qualche modo sembra difendersi da solo e concentra questo materiale in alcune zone del globo. Attualmente sembra che ce siano sette!
La soluzione è adoperare plastiche biodgradabili in mare e, soprattutto, smettere di utilizzare plastica monouso, al supermarket ci si può portareuna borsa di iuta…
Voti:
0
0
Bell’articolo, ma non sarà Patch invece di “Pacht”?
Voti:
0
0
Ecco un buon esempio di cattivo giornalismo: come sovente accade, l’articolista discetta di cose che non conosce, ed usa termini e definizioni da “sentito dire”.
Le “horse latitudes”, in realtà tipiche dell’Oceano Atlantico, sono così chiamate per l’antica abitudine, indotta dalle estenuanti calme piatte di quelle zone, di dover gettare fuori bordo i cavalli che, traasportati sui velieri, morivano durante il viaggio proprio a causa di quelle calme e del clima che caratterizza quelle latitudini.
E i “pelagici” non sono pesci che nuotano in superficie, ma pesci (o mammiferi marini) che vivono in alto mare.
Per il resto dell’articolo, mah….non dice nulla. Tra l’altro, il fatto che le correnti circolari abbiano concentrato una così grande massa di residui plastici è, a ben vedere, una fortuna, perchè con uno sforzo internazionale si potrebbe raccogliere, in Pacifico come in Atlantico dove, nei pressi del mar dei Sargassi, ce n’è un’altra simile.
Ma Lei, sig. Carmineo, è mai stato in mare?
Voti:
0
0
visto la materia del titolo e la tua nuova attenzione per le questioni ambientali ho pensato di mandartelo
Voti:
0
0
Gentile Selkirk
io passo gran parte del mio tempo in navigazione e Le consiglio di fare altrettanto e informarsi piuttosto che fermarsi sulla etimologia di alcuni termini. I tonni per esempio come tutte le altre specie pelagiche vivono in superficie, (non mi riferivo all’etimologia, ma intendevo spiegare meglio spiegare ai lettori) il termine “horse latitude” è entrato nel gergo marinaro e indica tutte le zone con le caratteristiche descritte. Quanto ai miliardi di pezzettini di plastica, provi a suggerire come eliminarli?
Voti:
0
0