Travaglio e il crocifisso. Mi pare interessante e degno di riflessione che la classifica dei blog “più popolari” su questo sito sia perentoriamente capeggiata da una nota di Marco Travaglio non su Berlusconi e sulle malefatte del sistema – meritoria “specializzazione” di Travaglio e del Fatto Quotidiano – ma da una sua riflessione sulla sentenza europea che il 3 novembre 2009 aveva bocciato la presenza del simbolo della cristianità nelle aule scolastiche. Pubblicata due giorni dopo la dibattuta sentenza, quella opinione di Travaglio (“Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole”) ha suscitato 1.598 commenti, che si sono susseguiti ininterrottamente per nove mesi, sino ad oggi, sino a queste ore.

E’ difficile non condividere il giudizio di Marco sulle “penose ragioni” con le quali in molti hanno protestato contro quella sentenza: dall’attacco di Feltri ai giudici di Strasburgo, al “simbolo inoffensivo” di Bersani, ai “genitori ideologizzati” della Gelmini, sino alle “radici cristiane” del “puttaniere” Berlusconi che all’illustre polemista fa sinceramente e decisamente “ribrezzo”. Come fa laicamente sorridere, se non ci fosse da inorridire, che l’affissione di un simbolo potente come il crocifisso al muro delle nostre aule sia previsto “solo dal regolamento ministeriale sugli ‘arredi scolastici’”.

Il rispetto che si deve portare al lavoro di Travaglio e al peso della sua opinione presso una gran parte dell’Italia migliore, quella che continua a indignarsi e cerca di opporsi alle malefatte dell’attuale sistema di potere, credo che imponga – a chi non la pensi come lui sulle questioni sollevate da una vicenda così delicata e rilevante quale quella del crocifisso – di esprimere francamente sorpresa e forti perplessità.

Personalmente, non riesco a condividere la disinvoltura con la quale Travaglio liquida in quella nota le questioni relative non solo alla libertà religiosa, ma in generale alla laicità delle istituzioni e dei luoghi pubblici, e alla libera e democratica cittadinanza.

Certo, Cristo è un simbolo di libertà, di umanità, di sofferenza, di speranza. Come Gandhi, come Luther King, come Nelson Mandela. E poi: Cristo, “fatto storico e persona reale” – come giustamente rileva Travaglio – non è esattamente la stessa cosa della riproduzione del crocifisso, non del simbolo della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, non dell’“arredo scolastico” deliberato dal rapporto (di potere) fra Chiesa e Stato dai tempi del fascismo, non della presenza qui ed ora – in epoca di società secolarizzata, multietnica e multireligiosa – del crocifisso nelle aule scolastiche, oltre che nei tribunali e negli uffici pubblici.

Certo, Natalia Ginzburg, atea ed ebrea, sosteneva che “il crocifisso non genera alcuna discriminazione”. Certo, sino ad epoca recente la cultura laica e liberale – prima ancora e più diffusamente di quelle, minoritarie, ebraica e protestante – non ha mai posto con severa coerenza e conseguenza il problema, diciamo pure in base ad un superiore spirito di tolleranza e di convivenza. Chissà, forse anche colpevolmente sottovalutandolo. Forse anche perché generazionalmente figlia di una società ancora profondamente religiosa e legata alla stessa pratica dei riti cattolici. Proprio l’“esserci passato” e l’aver fatto il cammino della secolarizzazione e della laicizzazione che ha segnato lo sviluppo e l’evoluzione del nostro Paese sino agli anni Settanta, hanno evidentemente fornito ancora alla generazione uscito dal dopoguerra la capacità (e/o l’“incoerenza”) di non stare lì a battere i piedi e a sbraitare per la presenza dei simboli cattolici, di una parte del Paese, nei luoghi di tutti.

Paradossalmente, la ferma opposizione a forme pur sinora banalmente accettate (“arredo scolastico”) di una pretesa religiosa diventata sempre più intollerabile man mano che cresceva quel processo di secolarizzazione e laicizzazione è esplosa – e nessuno e niente riusciranno mai a disinnescarla del tutto (né le “penose ragioni” di cui giustamente parla Travaglio, né le ragioni dello stesso Travaglio, come peraltro testimoniano gli stessi commenti alla sua nota), tanto è reale e profondamente motivata – con la sempre più massiccia presenza in Europa e nel nostro Paese di praticanti di un altro fondamentalismo religioso, quello islamico.

Diciamo che, a parte l’ineluttabilità del fenomeno, questo contrasto di fondamentalismi appare in grado di mettere in moto un fenomeno virtuoso. Allora: o i simboli di tutti o nessun simbolo. Del resto, mettere i simboli di tutti non è possibile (anche perché, scusate, anche i laici dovrebbero volere i propri, a quel punto). Dunque: nessun simbolo.

Ed è qui che interviene una posizione semplicemente imbarazzante, alla quale non riesce a sottrarsi nemmeno Travaglio: il crocifisso è “l’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (‘date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’). Di libertà e umanità, va bene; di sofferenza e di speranza, va bene: di resistenza inerme alla giustizia, va bene. “Ma soprattutto di laicità”, proprio no. Travaglio non dice nemmeno: “di laicità”. Dice “soprattutto di laicità”.

Questo non solo appare veramente troppo, ma è semplicemente insostenibile. Cristo è stato storicamente ridotto prima a religione, poi a chiesa, poi a sistema di potere (anche ferocissimo), infine a simbolo. Simbolo anche di potere, ma certamente di religione. Di una religione, di una chiesa. Quindi non può essere simbolo di laicità, che è esattamente l’opposto di una religione che pretende peraltro di farsi Stato – a dispetto di chi non crede e di crede in altro o altri – e farsi rappresentare, da sola, in luoghi pubblici, di tutti.