I vertici del Csm: il vicepresidente Nicola Mancino, il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone (pensionato da poche settimane) e il procuratore generale, Vitaliano Esposito, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, hanno trattenuto un esposto di Licio Gelli per 8 mesi contro la Procura di Milano e hanno svolto attività istruttoria sulla base di quanto sostenuto dal capo della P2. Un’azione che non avrebbero potuto fare, in base al regolamento interno dell’organo di autogoverno della magistratura. E alcuni consiglieri, durante un Plenum, hanno protestato apertamente.

È il 28 ottobre del 2008 quando “il maestro venerabile” invia l’esposto a Palazzo dei Marescialli. Si erge a paladino dei piccoli azionisti del Banco Ambrosiano, se la prende con i magistrati milanesi e con la Banca d’Italia: “Dopo il saccheggio perpetrato ai danni dei piccoli azionisti con il fallimento del Banco Ambrosiano, le istituzioni bancarie, con alla testa la Banca d’Italia, hanno completato l’opera con l’estorsione ai miei danni per privarmi nel 1996 dei 100 milioni di dollari”. Poi accusa la Procura di Milano perché ” dopo otto anni dalla denunzia penale non ha fatto niente”.

Un esposto di questo genere il Comitato avrebbe dovuto immediatamente girarlo, per competenza, alla Prima commissione del Csm. Che non avrebbe aperto alcuna attività istruttoria e lo avrebbe subito archiviato. Infatti Gelli denuncia il presunto insabbiamento di un’inchiesta. In questo caso non è competente il Csm ma eventualmente il Pg della Cassazione e il ministro della Giustizia, responsabili dell’azione disciplinare contro i magistrati. Invece l’esposto del capo della P2 resta al Comitato di presidenza del Csm quasi un anno, e viene ritenuto degno di approfondimento. L’operato della Procura di Milano, senza un motivo attendibile, viene messo in discussione.

Mancino, Carbone ed Esposito aprono le indagini senza averne alcun titolo, investono della vicenda la Procura generale e la Corte d’Appello di Milano che, tra i tanti fascicoli da esaminare, devono pure occuparsi delle proteste di Gelli. Il 19 febbraio e il 17 luglio 2009 al Comitato arrivano le relazioni degli uffici milanesi che smentiscono Gelli. Non risulta – scrive la Corte d’Appello – “che fosse mai stata emessa un’ordinanza del tenore indicato dal sig. Licio Gelli…”. La Procura generale di Milano, ricorda che, pur non avendo copia del provvedimento della Corte d’Appello, “dalla avvenuta restituzione da parte dell’Autorità elvetica dell’importo di 8,5 milioni di dollari alle banche del gruppo B.A., si deve desumere che la Corte d’Appello avesse accolto la richiesta…”. Solo dopo le risposte che “scagionano” i magistrati di Milano, il Comitato di presidenza gira il fascicolo alla Prima commissione.

È il 22 luglio 2009. Il fascicolo viene esaminato dopo la pausa estiva, il 20 ottobre 2009. I consiglieri, relatore il laico centrista Ugo Bergamo, votano per l’archiviazione. L’11 novembre dello stesso anno la pratica arriva al Plenum. Durante il dibattito ci sono interventi che parlano in sostanza di scorrettezza del Comitato. Per il consigliere togato Mario Fresa, di Movimenti per la giustizia “non è comprensibile che per l’esposto in oggetto sia stata disposta un’istruttoria dal Comitato di Presidenza” e rimarca che “l’esposto del sig. Gelli risale all’ottobre del 2008, mentre la nota del Comitato di trasmissione alla Prima Commissione è del luglio 2009”. Anche il consigliere di Magistratura democratica, Livio Pepino, sottolinea che questo tipo di pratiche “il Comitato di presidenza deve trasmetterle immediatamente, senza possibilità di previa indagine. Nessuna norma prevede, infatti, un simile vaglio da parte del Comitato. Con simili prassi si finisce per determinare una fase non controllabile dell’attività consiliare”.

Silenzio di Carbone (che arriva al Plenum pure in ritardo). Silenzio di Esposito. Mancino annuncia che non vota, racconta “di aver ricevuto dal signor Gelli, nel lontano 1992, una denuncia penale” e sostiene “di non ricordare i motivi per cui la pratica è stata trattenuta, probabilmente per la genericità dell’esposto”. Poi giustifica se stesso dichiarandosi “estraneo alla pratica”. Salva anche l’intero Comitato che “ha diritto di verificare quale Commissione sia destinataria di ciascuna pratica, cosa che può anche implicare una qualche istruttoria e i tempi connessi”. Per la cronaca, il Plenum, all’unanimità, ha votato per l’archiviazione della pratica. Tutti e tre i membri del Comitato di presidenza – in modi diversi – si sono imbattuti non solo nel piduista numero uno, ma anche nel “clan” della P3.

Carbone è l’alto magistrato che al telefono con il geometra-giudice tributario Pasquale Lombardi (in carcere), gli chiede preoccupato: “Che faccio dopo la pensione?”. Mancino, invece di rispondere in malo modo al faccendiere che spinge per ottenere il suo voto a favore del giudice Alfonso Marra, nominato presidente della Corte d’Appello di Milano, si barcamena. Secondo quanto dice a Lombardi, intercettato, la consigliera laica dell’Ulivo, Celeste Tinelli, Mancino era schierato a favore del candidato Renato Rordorf. Se il suo resoconto è vero, ha però cambiato idea all’ultimo. Insieme con Carbone, Esposito e alla maggioranza dell’intero consiglio, ha votato per Marra, nominato con soli due voti di scarto. Esposito invece ha aperto un procedimento disciplinare contro Marra con un “atto di incolpazione” duro ma non accompagnato da misura cautelare. Per diversi consiglieri in questo modo il Pg blocca la procedura del trasferimento per incompatibilità ambientale, avviata dal Csm. Con il rischio che Marra resti al suo posto e vada tranquillamente in pensione fra tre anni.

Da Il Fatto Quotidiano del 27 luglio 2010