Balcanizzazione PdL. Berluscones vs finiani, alcuni finiani vs Granata (perché su collusione mafia-politica e sulle indagini in merito alla trattativa anni ’90, l’ex ragazzo siciliano del Msi esagera per gli stessi compagni fedelissimi del delfino di Almirante), colonnelli che furono An vs bocchiniani, leghisti vs berlusconiani e finiani in quanto ossessionati solo dal destino del federalismo, che sentono a rischio quando a rischio è il governo. Spettro dei probiviri a cui deferire i ‘contras’, minaccia di direzioni e congressi per il redde rationem contro il cofondatore rivoltoso, epurazioni e espulsioni della minoranza critica, scissioni per la riconquista della libertà. Mentre la questione morale diviene ogni giorno più profonda, scandita da nomi come Scajola, Brancher, Verdini, Cosentino e altri futuribili. Il PdL è in un vortice furioso in cui alla devianza etica si affianca il tutti contro tutti interno che agita le acque della corsa alla leadership e al dopo Berlusconi, a cui comunque mai si arriverà per volontà dei finiani: il loro dissenso e le loro belle parole di legalità, giustizia, sicurezza non avranno traduzione in atti concreti (fino ad oggi hanno votato tutto, norma ad personam dopo norma ad personam, ddl criminogeno dopo ddl criminogeno). Così temi importanti come la legalità, la giustizia, la manovra economica e la morale pubblica vengono branditi come clave nella faida intestina di un partito mai nato, dove non esistono tesserati e dove l’unico principio attivo è il centralismo democratico del capo carismatico, rispetto al quale il dissenso è crimine e la critica onta (e ne sa qualcosa Fini).

Impegnato a garantirsi la sopravvivenza e a trovare la tregua quotidiana, questa formazione non si pone il problema delle inchieste recenti che gli hanno affibbiato la patente della collusione e deIl’opacità. ll paese – ed è l’aspetto più drammatico- è così abbandonato a se stesso, ingovernato e sempre più ingovernabile vista la crisi economico-sociale crescente. Come può infatti un partito nel caos guidare una nazione? Comincia così a circolare giustamente la domanda sul che fare. Sarebbe auspicabile il ritorno alle urne: il condizionale è obbligatorio perché per attuarlo servirebbe ciò che non esiste, cioè un esecutivo responsabile che ammetta la propria incapacità di continuare a (non) governare. Dunque siamo alla speranza vana, anche per il complesso iter istituzionale che una crisi dell’esecutivo aprirebbe (Napolitano dovrebbe vagliare e appurare l’esistenza o meno di nuove maggioranze possibili). Allora meglio pensare ad un governo di transizione (uno, due anni al massimo) che sia definito come di “fedeltà costituzionale”. Pochi punti chiari da garantire prima del ritorno al voto in piena restaurazione di una Costituzione in questi mesi massacrata.

Esempi: una nuova legge elettorale (perché questa piace solo al Pdl e alla Lega) per restituire il diritto di scelta agli elettori rispetto ai propri rappresentanti in Parlamento, oggi designati dalle segreterie dei partiti; più ossigeno alla magistratura perché proceda nelle inchieste arrivando a stabilire il quadro chiaro di una nuova P2 che si è imposta nel mondo politico e in quello istituzionale, magistratura compresa, cercando di attuare un piano eversivo e antidemocratico, che ha visto un manipolo di ‘uomini’ prendere decisioni riguardanti il paese al di fuori dei luoghi formalmente preposti a farlo e in questi luoghi soltanto ratificate e tradotte in pratica; varo della legge sul conflitto di interessi che si impone come alternazione della vita democratica soprattutto nel centrodestra ma che non risparmia la sinistra. Insomma ridare un po’ di fiato alla società italiana, dopo tracollo economico e degenerazione della vita pubblica, riconsegnarle una speranza di legalità e democrazia. Si avrebbe, poi, tutto il tempo anche a sinistra per indire primarie vere, con coinvolgimento del mondo della Rete, che sappiano individuare le leadership da schierare nel prossimo agone elettorale, rispettando la volontà popolare attualmente smarrita e sfiduciata.