“Se una candidatura anticipata produce divisioni mi preoccupa, vorrei che crescessero prima le ragioni dello stare insieme”. Luigi De Magistris, europarlamentare Idv, reagisce così alla “discesa in campo” di Nichi Vendola.
Una mossa prematura? “Vendola è un protagonista di questa stagione politica, ma non è l’unico che può rappresentare l’alternativa sociale, economica e morale al berlusconismo. Non demonizzo la sua scelta, dico che bisognava fare prima un ragionamento”.
Quale?
“Costruire i contenuti dell’alternativa e mettere insieme una squadra: poi, al momento opportuno, trovare un leader o individuare più persone per delle primarie vere e importanti. Non mi piace il leaderismo che viene prima dei contenuti e della squadra. Il leader si fa dopo. Ma detto questo, sia chiaro che non considero Vendola né un avversario interno né uno da crocifigger”e.
Bersani e Di Pietro sì?
“Questo lo chiederei a loro. Non mi interessa dire se Di Pietro ha esagerato o se Bersani ha fatto il duro. Certo, non mi è piaciuto il volto diviso che abbiamo mostrato”.

Lei parla di unità, ma a maggio la “vostra” convention di Firenze è saltata.
L’incontro di Firenze è naufragato, ma io e Vendola insieme a Napoli abbiamo portato duemila persone. E c’era tantissima gente anche con Marino, Ferrero e il segretario della Fiom Landini. Dopo l’estate ne faremo un’altra al Nord. Io continuo a muovermi su questa strada: la gente vuole un messaggio di unità”.
Il governo ha i mesi contati?
“La rottura tra Fini e Berlusconi non è più ricomponibile, però non credo che si tradurrà in azioni politiche concrete”.
È solo un regolamento di conti interno?
“Sulla legge bavaglio, per esempio, bisogna tenere gli occhi aperti. Quella dei finiani è un’operazione maliziosa: per aver presentato emendamenti migliorativi a una legge criminogena stanno passando come coloro che tengono la barra della legalità. Invece sono quelli che alla fine, la legge criminogena, la voteranno eccome”.
Chi pensa alle elezioni anticipate sogna?
“La vedo un’ipotesi lontana. Piuttosto, se le inchieste della magistratura dovessero riguardare altri esponenti della maggioranza, dimissioni dopo dimissioni, si potrebbe aprire la strada per un governo di ‘fedeltà costituzionale'”.
Pensa alle larghe intese?
“Assolutamente no. In un governo come quello pensato da Casini e D’Alema, con dentro Tremonti, Cesa, Berlusconi e Dell’Utri, noi non ci staremmo mai. Penso a un passaggio, potrebbe durare un anno, che restituisca dignità all’Italia”.
La dignità l’abbiamo persa?
“Si sta avverando in questi giorni quello che io ho pagato sulla mia pelle. Quel grumo nelle istituzioni che ora chiamiamo P3: personaggi come il capo degli ispettori del ministero Arcibaldo Miller sono quelli che hanno operato per fermare magistrati scomodi”.

Secondo lei gli italiani l’hanno capito che cos’è la P3?
“Spieghiamola in due parole: personaggi che ricoprono incarichi pubblici (il parlamentare, il magistrato, il dirigente pubblico) si riuniscono in luoghi privati e lì prendono delle decisioni. Lì decidono un emendamento, lì decidono che un magistrato deve essere trasferito o nominato, lì decidono che un’ordinanza deve essere prorogata. Poi vanno nei luoghi istituzionali e ratificano quelle decisioni”.
Conseguenze?
“Un intreccio pericoloso, finalizzato alla realizzazione di un progetto autoritario: si comprimono i diritti a Pomigliano per attaccare la libertà di manifestare nelle fabbriche. Si fa la legge bavaglio per limitare l’indipendenza di magistrati e giornalisti. Non bisogna fare l’errore di prendere queste leggi singolarmente. Dobbiamo far capire che è in atto un disegno complessivo di smantellamento della democrazia”.