Che la Rai abbia bisogno di essere riformata per essere salvata dalla lenta agonia che la sta attanagliando (definizione del presidente Garimberti), è evidente. Che ci sia la necessità di una nuova governance è nei fatti, che il Pd e il consigliere Petroni facciano una proposta simile, però sa di inciucio e questo non va bene.

I fatti di questo ultimo periodo lo dimostrano: andare alla presentazione agli inserzionisti dei palinsesti senza aver deciso la programmazione per intero, far trascorrere un mese per deliberare che Michele Santoro e Serena Dandini andranno in onda, la vicenda Ruffini (sostituito alla direzione di rete da Di Bella, poi riammesso da un giudice del lavoro, la Rai che si appella, la Corte che sentenzia ancora a favore di Ruffini), sono solo alcuni dei fatti clamorosi che rappresentano per l’Azienda una debacle di immagine, pubblicitaria e di costi. Giustamente Ennio Remondino, storico corrispondente della Rai, si pone, sul sito di Articolo 21, il seguente interrogativo: “Possibile continuare ad assistere a sperperi spesso clientelari senza poter in alcun modo ritorcerli contro mandanti e esecutori?” In sostanza, se è dimostrato il danno erariale nei confronti della Rai, dovrebbe pagare chi ha sbagliato e non sempre il solito Pantalone, cioè il contribuente. La risposta è arrivata dal vicepresidente dell’Associazione dei dirigenti citando il provvedimento della Corte di Cassazione del 22 dicembre 2009, dove la Rai viene definita un ente pubblico a tutti gli effetti, quindi soggetta al controllo della Corte dei Conti. Infatti Fiorespino afferma che “è tutt’altro che fantasioso immaginare che la magistratura contabile possa chiedere conto, agli amministratori, ai responsabili, ai procuratori, di atti che comportino esborsi di denaro, i quali possano apparire meritevoli per lo meno di verifica”.

Va ricordato la vicenda Meocci, voluto dal presidente del Consiglio Berlusconi. Alla direzione generale, nonostante che la sua nomina fosse incompatibile per legge (per chi è stato membro dell’Autority devono passare almeno quattro anni prima di poter entrare in una società precedentemente controllata), Meocci era uscito dall’Autority solo quattro mesi prima. La Corte dei Conti ha condannato i 5 consiglieri di amministrazione della Rai che lo avevano votato e altre 11 persone, tra questi il capo dell’Ufficio Legale, il ministro dell’Economia Siniscalco che lo aveva proposto, al risarcimento di circa 50 milioni di euro (il danno erariale considerato dal tribunale amministrativo: 15 milioni, la condanna dell’Autority, più 35 milioni, i soldi spesi in pubblicità nel periodo di direzione Meocci per migliorare l’immagine della Rai indebolita dalla querelle). Come è finita nessuno lo sa. Questa rappresenta una delle peggiori pagine scritte dai partiti in sfregio ai contribuenti.

La prossima settimana, nell’ultimo cda prima delle ferie, potrebbe essere la volta della sostituzione del direttore di Rainews Corradino Mineo, che ha ben lavorato, il suo è uno dei migliori tg italiani anche dal punto di vista del pluralismo. La proposta del direttore generale è quella di portare un giornalista dall’esterno gradito alla Lega. In Rai ci sono 1700 giornalisti di cui 300 con qualifiche da caporedattore in su. Anche in questo caso Fiorespino ipotizza che tali costi aggiuntivi, qualora si arrivasse alla nomina di un esterno, potrebbero essere quantificati come danno erariale, da addebitarsi al responsabile della nomina.

Di fronte a tutto ciò vi è il diritto del cittadino di tutelarsi, di essere informato (come è scritto nella Costituzione), di vedere programmi decenti, ma anche di sapere che i suoi soldi non vengono sperperati.