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di Riccardo Chiaberge | 22 luglio 2010

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‘Emergency a volte, forse, va troppo in là’

Caro Chiaberge, ho visto che sul suo blog la segnalazione del mio “Diario da Kabul” ha sollevato reazioni, a volte indignate, che meritano forse un mio piccolo intervento, essendo stato uno dei pochi – come lei dice – ad aver criticato “Garibaldi”, almeno pubblicamente. In realtà mi sono fatto portavoce di un malessere non poi così raro tra gli operatori umanitari. Per invidia? Perché “quelli di Emergency” sono più bravi? Perché sono i primi della classe? Perché fanno, e qui sta il punto, quel che molte organizzazioni umanitarie più silenziose non fanno/dicono?

Emergency rende nota la condizione delle vittime, fa bene a farlo, direi che assolve il dovere civico della testimonianza. Ma a volte forse va troppo in là, forse anche per la contiguità con Peacereporter, un sito giornalistico legato all’associazione, così da danneggiare un’immagine di imparzialità e neutralità che credo invece necessaria. Proprio per la loro condizione di organismi umanitari, le associazioni che lavorano al fronte dovrebbero tenere un profilo più basso e non confondere testimonianza con denuncia. Prendete la navi umanitarie dirette a Gaza. A me era sembrata una buona idea rompere un blocco disumano per portare cemento e medicine. Ma un amico “umanitario” mi ha invece spiegato che era un grave errore. Se vuoi rompere l’assedio e fare un’operazione di denuncia politica – mi ha detto – non devi portare medicine. Perché?

Perché in questo modo “pieghi” la neutralità umanitaria, il che non vuol dire che un umanitario metta cerotti senza farsi domande. Vuol dire invece che cerca di esser presente sempre, anche quando non ci piace quel governo o quella condizione, perché il primo dovere è soccorrere le vittime. E bisogna fare in modo di esserci senza fornire strumenti a chi vede gli umanitari come un pericolo. Ciò porta a fare compromessi che a volta appaiono a noi anime belle, che osserviamo da lontano a mettiamo tutto assieme in una confusione che può esser dannosa, un tradimento. Ma la cosa è più spinosa e la frontiera più delicata. E’ una riflessione infatti che anima, non a caso da anni, il dibattito sull’umanitarismo da che Henry Dunant ne creò le premesse dopo la battaglia di Solferino.

Il sistema sanitario: quello afgano è terribile ma c’è. Si può ignorarlo e aprire una clinica privata gratuita come da sempre fanno i nostri missionari in Africa e non c’è nulla di male. Ma io credo che sia buona cooperazione e buon umanitarismo intervenire nelle emergenze e poi lasciare le strutture al paese. Un ospedale privato è sottoposto a pressioni politiche e può essere chiuso: in Afghanistan una volta lo ha fatto Emergency (la crisi di tre anni dopo l’arresto di Rahmatullah Hanefi), oggi l’hanno chiuso le autorità di Lashkargah. Giusto che Strada abbia sigillato le sue strutture quando temeva per l’incolumità dei suoi medici, sbagliato che l’abbiano fatto gli afgani oggi con un trappolone. Ma la realtà è la chiusura. Cosa che con un ospedale pubblico non può avvenire. Alla fine chi paga? La vittima: il paziente che prima aveva le medicine gratis e ora non le ha più e che doveva farsi operare e ora non può. A meno che non ricorra all’ospedale pubblico (a Kabul ce ne sono una decina).

Un dibattito su questi temi è sempre una cosa difficile ma anche sana. Penso che Gino Strada e la sua squadra, così come i colleghi di Peacereporter, se hanno storto il naso nel leggere il mio libro, abbiano apprezzato l’onestà intellettuale di andare un po’ oltre la maglietta “Io sto con Emergency”. E – l’ho scritto nel libro, l’ho ripeto qui e l’ho appena detto a Gino, incontrato per caso una settimana fa a Kabul – io personalmente… sto con Emergency. Ma proprio perché li considero amici e benefattori animati da una passione e da uno sprezzo del pericolo che me li fa stimare, ciò non toglie che io debba cercare di raccontare anche il rovescio della medaglia. Come in tutte le cose del mondo, c’è sempre un lato oscuro. Un giornalista deve dire anche di quello. Al di là di con chi sta.

Grazie per l’ospitalità
Emanuele Giordana, Kabul

(P.S. Se vuoi ascoltare il programma radiofonico di Riccardo Chiaberge su Radio24 clicca su radio24.it a ‘La finestra sul cortile’)

 

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