In questi giorni di commemorazioni per l’anniversario della morte di Paolo Borsellino, molte circostanze a Palermo mi hanno sconcertato e fatto riflettere, prima fra tutte la scarsa partecipazione dei palermitani all’evento. Nel corteo organizzato dalle Agende Rosse che lunedì pomeriggio è partito da via D’Amelio per raggiungere via Libertà si potevano ascoltare dialetti di tutta Italia, e ben poco siciliano. Nessuno striscione delle associazioni locali impegnate da sempre contro la mafia, da Addiopizzo a Libera, da Muovipalermo a Libero Futuro. Perché?

Quando poi, parlando di questo con un coetaneo palermitano, ho lodato la fiaccolata organizzata da Azione Giovani, che ha comunque avuto il merito di portare tanti cittadini in piazza contro Cosa Nostra, apriti cielo, mi è stato dato del fascista. Che “i fascisti vanno a manifestare e neanche sanno che c’è il coinvolgimento della destra fascista dei servizi segreti deviati nell’attentato di Borsellino e anche del giudice Falcone”, che “i fascisti devono fare tutti la fine di Mussolini”.

Essere apostrofato come fascista non è piacevole, ma non mi ha turbato più di tanto. Il mio impegno civile, politico e professionale, dai tempi del liceo a oggi, passando per piazze, fiumi d’inchiostro e corridoi di palazzo, impedisce l’insinuarsi di qualsiasi dubbio a proposito.

Però questo scambio di battute mi ha colpito, e mostrato una volta di più quanto la contrapposizione sociale creatasi con il Berlusconismo sia radicata e pericolosa.

Sono convinto che la lotta alla mafia non debba avere bandiere di partito, e auspico che in futuro a Palermo si ricordi il sacrificio di Borsellino con un’unica grande celebrazione, e non con tanti eventi separati a seconda della parte promotrice.

Ma soprattutto sono convinto che in questa fase storica, nel tramonto dell’impero Berlusconi, sia quanto mai necessario e vitale mantenere la calma, tirare un grande respiro e cercare sempre e comunque un dialogo. Dobbiamo pensare che la democrazia è la casa dei pensieri diversi, e che chi non condivide il nostro non è necessariamente un ladro e un corruttore. Proprio ora e nei mesi a venire abbiamo il dovere di spiegare, dialogare con chi in questi anni non ha capito cosa stava accadendo e, anche, con chi fino all’ultimo non ha voluto capire.

Il lento e quotidiano prendere le distanze dal Divo Silvio da parte dei finiani rivolta anche a me le budella. Veri e propri travasi di bile al pensiero di “e per sedici anni dove cazzo sono stati?”. Viene istintivo spiegare queste prese di posizione con motivi di opportunismo politico e personale.

Ma noi, proprio noi che dal 1994 lottiamo in tutti i modi contro l’indecenza di quest’uomo e della sua cricca, siamo ora chiamati a uno sforzo di democrazia senza precedenti. È necessario dialogare per cominciare una lenta ricostruzione di questo paese dalle ceneri del berlusconismo.

È necessario uno sforzo intellettuale e di calma. Per non sembrare tutti degli Emilio Fido al contrario. Le Agende Rosse non sono groppuscoli di comunisti, e chi ha una visione diversa dalla nostra su come governare comunque democraticamente questo poro paese non è necessariamente un fascista.

Altrimenti, ragionando così, avrebbero dovuto appendere a testa in giù nella pubblica piazza anche Paolo Borsellino, quando durante gli anni dell’università era un dirigente del Fuan. Nel caso ci avremmo perso tutti quanti. Avremmo perso un eroe italiano, diventato tale collaborando giorno dopo giorno in professionale sintonia e fraterna amicizia con il collega Giovanni Falcone, uomo di sinistra.