C’è anche il nome di Giacomo Caliendo – il potente sottosegretario alla Giustizia – nell’atto di incolpazione che ieri – secondo quanto risulta a Il Fatto – il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito (titolare assieme al Guardasigilli del procedimento disciplinare), ha inviato al Csm contro il giudice Alfonso Marra, nominato presidente della Corte d’Appello di Milano, soprattutto per le pressioni della P3. Esposito, nel ricostruire i rapporti contrari alla deontologia professionale tra Marra e il geometra Pasquale Lombardi, cita anche il legame tra il faccendiere e Caliendo, come si evince dalle intercettazioni telefoniche ordinate dalla Procura di Roma. Lombardi, di casa al Csm e negli uffici di alti magistrati, come l’appena pensionato primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, vanta con Caliendo un’amicizia di oltre trent’anni. Lo chiama “Giacomino”. Ma il sottosegretario da giovane, aveva un altro nomignolo: “Coccobello”, per un rigonfio dei capelli, che amava molto, e per il successo che vantava avere con le donne.

Assieme a Lombardi, cresce alla corte di Giuseppe Gargani, democristiano (anche lui sotto segretario alla Giustizia) e poi responsabile Giustizia di Forza Italia. Quando indossa la toga, nel ’71, ha 23 anni. Sceglie la corrente “Terzo potere”, come il suo amico Carlo Cerrato, il procuratore aggiunto di Milano finito anche lui nelle intercettazioni sulla P3. Poi assieme ai colleghi di “Impegno costituzionale” confluisce in Unicost di cui diventa – dicono dietro anonimato magistrati campani – “un rappresentante della peggiore tradizione correntizia” delle toghe. “Rappresentava il consociativismo politica-magistratura”. Il sottosegretario è nella lista dei nomi eccellenti che la Procura di Roma dovrà sentire o come indagati o come testimoni. Nel rapporto dei carabinieri si legge che “l’associazione segreta ha potuto contare sul contributo” di Caliendo, del capo degli 007 del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller e del dimissionario avvocato generale della Cassazione, Antonio Martone.

Caliendo, di cose da spiegare ne ha tante. A cominciare dalla riunione del 23 settembre 2009 nella casa romana del coordinatore del Pdl, Denis Verdini per cercare (invano) di addomesticare la Consulta che doveva pronunciarsi sul lodo Alfano. Al tavolo ci sono Marcello Dell’Utri, Miller, Martone, Flavio Carboni e l’immancabile Lombardi.
Il vice di Alfano ha ammesso di aver partecipato all’incontro, ma ha escluso “nella maniera più assoluta che, me presente, si sia discusso di possibili pressioni sui giudici della Corte”. Comunque a metterlo al corrente delle manovre in atto ci pensa Lombardi che lo chiama al telefono. Senza alcuna protesta di Caliendo, che non si oppone di certo all’operazione. Gli dice Lombardi: “…Io farei una ricognizione, i favorevoli e i contrari. Vediamo come bisognerà per vedere di raggiungere i contrari…”. Poi lo blandisce: ”Questa è una cosa molto importante. Ormai, vagliò, tiè spianata la via per i’ a fa o’ ministro, o’ vuoi capiscere o no?”. Dalle intercettazioni il nome di Caliendo emerge ancora a proposito del governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, che infuriato per la bocciatura del ricorso in Appello contro l’esclusione della sua lista per le regionali, il 3 marzo scorso, vuole un’ispezione punitiva contro quei giudici. Lombardi, per aiutare Formigoni, chiama “Giacomino” e il sottosegretario al telefono, il 12 marzo, si giustifica: “Ho parlato di nuovo con il ministro, col suo segretario e mo’ vedono loro eh… L’ho chiesto trenta volte. Ho detto che bisogna farlo”.

Caliendo oltre che con la P3 ha avuto a che fare con la P2. Nel 1981 è un giovane consigliere del Csm quando il vicepresidente Ugo Zilletti e il membro togato, Domenico Pone, piduista, gli chiedono di fare pressioni sul procuratore di Milano, Mauro Gresti per far riavere, senza riuscirvi, il passaporto al plurindagato presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi. Contro di lui, l’Italia dei Valori ieri ha presentato in Senato una mozione di sfiducia “Non è ammissibile – affermano i capigruppo Felice Belisario e Massimo Donadi – che un sottosegretario alla Giustizia partecipi a riunioni segrete per influenzare decisioni politiche, appalti, processi”. E in Commissione Giustizia alla Camera, la capogruppo del Pd, Donatella Ferranti ha chiesto che non sia più Caliendo ad avere la delega del governo sul ddl intercettazioni “perché politicamente inopportuno”, visto il suo coinvolgimento nell’inchiesta sulla nuova cricca. Mentre Bersani ha ricordato che il Pd aveva già presentato una sua mozione contro il sottosegretario.
Ma Caliendo non ha – fino a oggi – alcuna intenzione di fare un passo indietro.