Ho un problema. 
Chissenefrega, direte voi, pazienza

Ho un problema. 
Non è un problema, è un’opportunità, come dice un mio amico. 

Andiamo avanti. 
Il problema è che anche quest’anno andrò in vacanza e, non per fare un dispetto a nessuno, per carità, dopo qualche giorno in Italia, varcherò la frontiera. Non so ancora se Francia, Austria o Germania, ma il problema (o l’opportunità) non è questa. 
Il problema è che mi vergogno un po’. Mi vergogno di andare in giro, visibilmente italiano nei tratti somatici e nella chiassosità della tribù al seguito, sapendo che la prima cosa che penseranno quelli che incrocio col camper (o che mi sorpasseranno in autostrada, vista la lentezza e la vetustà del mezzo) sarà: italiano-Italia-Berlusconi. Ah, ah, ah. 

Solo che non posso fermarmi ogni volta e spiegare: no guarda che io mica l’ho votato, guarda che in Italia in realtà c’è tanta gente che non è d’accordo (!), che si indigna (!!), che non si riconosce in questa classe politica (!!!), che si oppone seriamente (!!!!). 
Non posso. 
Mia moglie dice che c’è sempre la maglietta rossa con scritto in tutte le lingue (italiano, francese, inglese, spagnolo, portoghese, tedesco, arabo, giapponese) “io non ho votato Berlusconi”, ma non mi basta. 
Non è solo un discorso di abbigliamento, è soprattutto un discorso di faccia: quando viaggiamo, ambasciatori dell’italianità in giro per il mondo, ci mettiamo la faccia. E allora, con l’ambasciatore-capo che ci ritroviamo sulla gobba, la faccenda diventa davvero difficile da sostenere. 

Così sabato, mentre leggevo in ordine sparso libri, giornali e web, mi sono imbattuto in due storie che, messe insieme, mi potrebbero aiutare. 
La prima storia è un racconto, di fantasia (?), di George Saunders, dalla raccolta Nel paese della persuasione, che si intitola Parlo Anch’Io®. La seconda è un articolo del Corriere che racconta di un’incredibile operazione di chirurgia plastica. 

La prima: un addetto alle vendite della ditta KidLove risponde alla lettera di reclamo di una cliente che si è dichiarata insoddisfatta dell’acquisto del dispositivo Parlo Anch’Io®. Nel difendere la bontà del prodotto lo descrive dettagliatamente: si tratta di una maschera che riproduce il dolce viso di un bambino sorridente e che si fa indossare al proprio bebè quando ancora non è in grado di produrre parole e frasi di senso compiuto. Grazie al dispositivo, munito di computer e microfono, il bambino risponderà (sembrerà rispondere) alle nostre domande e più in generale alle sollecitazioni dell’ambiente che lo circonda, interagendo come se fosse lui a parlare e come se fosse già in grado di farlo. In questo modo si evitano frustranti e faticosi dialoghi a senso unico, lallazioni indecifrabili, figuracce con gli amici, imbarazzanti incomprensioni in contesti sociali delicati. Tu domandi, tuo figlio risponde quello che vuoi sentirti rispondere. 
L’addetto alle vendite porta addirittura l’esempio di un caso in cui la maschera Parlo Anch’Io® è stata usata, con ottimi risultati, su una donna affetta da arteriosclerosi avanzata. Spassoso. 

La seconda: 11 anni fa una ragazza, negli Stati Uniti, è stata vittima di un tragico incidente: ad una festa un amico ubriaco, giocando con una vecchia pistola, ha fatto partire un colpo che l’ha colpita in pieno volto. La ragazza è sopravvissuta, ma è rimasta sfigurata: il colpo di pistola le ha portato via mezza faccia. Per 11 anni ha vissuto, faticosamente, con una maschera da notte sul viso, ed è riuscita, come si dice, a rifarsi una vita. In questi giorni poi, ecco la notizia, le è stato applicato un prodigio di chirurgia maxillo-facciale: un’equipe di chirurghi le ha messo a punto una protesi dotata di naso, occhi, fronte, zigomi. In questo modo la donna può tornare a farsi vedere in faccia senza paura di spaventare o di essere additata per strada o presa in giro.

Leggendo queste due storie ho capito che forse c’è speranza. Ho capito che ci sono tanti modi per rifarsi una faccia. Ho capito che con un po’ di fantasia e di determinazione possono accadere cose incredibili. 

Poi però ho acceso la radio e ho sentito uno spot dell’ambasciatore-capo, e dopo ho visto un telegiornale (che è un po’ la stessa cosa), e mi sono scoraggiato: sì perchè mi sento vittima di un colpo di pistola partito dal tubo catodico di Milano 2 una trentina di anni fa, che piano piano ci ha fatto perdere la faccia. Solo che adesso, a distanza di trentanni, invece di restituirci la faccia e di mettere dentro chi ha sparato, ho l’impressione che ci stiano mettendo (e noi li aiutiamo pure a far aderire bene il velcro) una bella maschera Parlo Anch’Io®, con risponditore automatico incorporato, pronto a dare i riscontri adeguati ai prossimi colpi che partiranno dal televisore. Con la fondamentale differenza che adesso si tratta di TV digitale ultrapiatta HD, 3D, eccetera. 

Dalle mie parti si direbbe che ‘siamo panati…’