La settimana scorsa mi è capitata tra le mani una ricerca di Ethos, una fondazione di Ginevra che gestisce i soldi delle casse pensione pubbliche svizzere. “Nel 2009, malgrado la crisi, i salari dei manager delle cinquanta maggiori imprese quotate alla borsa di Zurigo sono saliti mediamente del 21%”, si legge nello studio. “Nel settore finanziario la crescita è stata ancora più alta: +73%”. Tutto come prima. The show must go on.

In realtà proprio in Svizzera da un paio di anni le cose stanno cambiando. Grazie anche alla Fondazione Ethos. Ogni anno il suo presidente Dominique Biedermann partecipa alle assemblee degli azionisti delle maggiori imprese svizzere. Raccoglie deleghe, vota, presenta mozioni. Nel 2009 e nel 2010 ha fatto votare per la prima volta in Svizzera le mozioni “say on pay” (dì la tua sulle paghe) – già sperimentate con successo negli Stati Uniti – chiedendo alle imprese di sottomettere al voto (consultivo) degli azionisti i piani di remunerazione dei manager. Risultato: 21 imprese svizzere ora devono chiedere il parere degli azionisti in assemblea su stipendi, bonus e stock options dei loro top manager prima di approvarli. Non è certo la soluzione del problema, ma è un primo passo avanti.

Ma lasciamo per un attimo gli amici svizzeri e torniamo agli affari di casa nostra. In Italia è raro che gli azionisti in assemblea alzino la mano per chiedere informazioni sulle remunerazioni dei manager. Nel 2006 ci aveva provato Banca Etica all’assemblea di Telecom Italia: “nel bilancio di Telecom Italia non vengono spiegati in modo preciso i criteri di determinazione dei compensi e dei premi straordinari”, aveva osservato un rappresentante della banca. Poca trasparenza, quindi, ma anche “compensi sensibilmente più elevati rispetto a quelli delle altre compagnie telefoniche europee”. Era l’ultima assemblea per Marco Tronchetti Provera alla guida di Telecom. Qualcuno, qualche anno dopo, parlò di “bolla dei superstipendi” e di “buonuscite scandalose”. Poi scese di nuovo il silenzio.

Nel frattempo Tronchetti Provera, uscito da Telecom Italia, è rimasto alla guida di Pirelli, dove continua a intascare compensi elevati e in crescita costante, nonostante i dati di bilancio non crescano nella stessa misura. Per capirlo basta scaricarsi on line i bilanci consolidati di Pirelli degli ultimi anni. Nel 2005 Pirelli ha chiuso con un margine operativo lordo (MOL, in pratica la differenza tra i ricavi e i costi della produzione: una misura della redditività dell’impresa) di 568 milioni di euro. A fronte di questo risultato nel 2006 Tronchetti Provera ha portato a casa 2,8 milioni di euro. Dopo un anno (al 31.12.2006) il MOL è salito a 614 milioni di euro (+8%) e lo stipendio di Tronchetti è arrivato a 3,85 milioni di euro (+37,5%). Ma le sorprese arrivano dopo. Nel 2007, infatti, il margine operativo lordo è sceso a 573 milioni, ma la paga di Tronchetti ha continuato a salire. Fino a 3,9 milioni di euro.

Il massimo si raggiunge nel 2008: il MOL si dimezza (252 milioni) e, per tutta risposta, Pirelli aumenta ancora la paga di Tronchetti Provera, che sale a 5,66 milioni di euro.

L’impressione che si ricava da questo rapido conto della serva è che l’aumento della paga di Tronchetti Provera sia una costante, una delle poche certezze che resiste al mutare dei tempi e delle condizioni storiche ed economiche. Che ci sia il sole, piova o tiri vento, che i ricavi di Pirelli aumentino, diminuiscano, si dimezzino, alla fine conta poco. Tronchetti intasca sempre un po’ di più. Buon per lui e, se gli azionisti non dicono niente, se i fondi pensione e tutti gli altri investitori non alzano la mano per fare domande in assemblea, vuol dire che in fondo sono contenti anche loro.

L’unica cosa che si potrebbe suggerire agli azionisti, ma magari anche ai sindacati, impegnati in estenuanti trattative per ottenere miseri aumenti salariali, è di guardare ogni tanto al di là delle Alpi. In Francia, per esempio, Michel Rollier, amministratore delegato di Michelin nel 2009 ha portato a casa 2,48 milioni di euro (meno della metà di Tronchetti Provera), anche se Michelin nello stesso anno ha chiuso con un margine operativo lordo di 1,8 miliardi di euro (oltre 4 volte Pirelli). Il margine operativo lordo di Michelin è salito leggermente dal 2005 al 2007 (da 2,17 a 2,47 miliardi di euro), ma nello stesso periodo il totale delle remunerazioni dei top manager è addirittura sceso (da 9,98 a 5,46 milioni di euro). Le stesse dinamiche si osservano in altre società europee che producono pneumatici, come la tedesca Continental: il margine operativo lordo (e quindi la redditività delle imprese) è correlato alle remunerazioni dei manager: “più soldi fai guadagnare all’impresa di cui sei dirigente e più soldi ti porti a casa”. In Pirelli, invece, sembra che le due grandezze seguano strade diverse: “non importa quanto fai guadagnare all’impresa: ogni anno porterai a casa qualcosa in più”.

Forse è ora che i grandi azionisti italiani si facciano un giro in Svizzera o negli Stati Uniti. Potrebbe essere istruttivo e, al limite, giovare alla trasparenza delle nostre imprese.

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