Cascini e Palamara dell’Anm sono indignati, il vicepresidente del Csm Mancino dichiara che non si faranno prigionieri, il Capo dello Stato Napolitano sollecitata il repulisti senza clemenza. Le istituzioni e i vertici della magistratura scoprono oggi che all’interno di se stesse esiste una questione morale. Molto bene: meglio tardi che mai. La Procura di Roma ha infatti portato a galla l’esistenza di network neo-piduista e mafioso che ha tentato di condizionare la vita pubblica del paese –esclusioni di liste elettorali (caso Formigoni), processi penali (caso Cosentino), candidature politiche (sempre caso Cosentino, che diviene anche caso Caldoro), sentenze della Consulta (caso Lodo Alfano)- attraverso l’occupazione di ruoli apicali delle istituzioni (tipo la Corte d’Appello di Milano con l’approdo del giudice Marra). Un network che ha coinvolto magistrati e politici legati alla maggioranza o addirittura parte integrante del Governo, i quali erano soliti relazionarsi con faccendieri e politicanti oscuri quanto ambiziosi (Carboni, Lombardi, Martino): gli stessi che soggiornano in carcere per violazione della Legge Anselmi.

Chi sono costoro? Dell’Utri e Verdini, leader del PdL, Cosentino e Caliendo, sottosegretari dell’esecutivo (il primo costretto a lasciare, il secondo forse prossimo a farlo). Cognomi noti alle cronache giudiziarie e che forse si accresceranno nelle prossime ore di sospetti penali aggiuntivi. Nel mondo della giustizia, invece, le toghe coinvolte hanno il nome di Miller (capo 007 del ministero), Carbone (primo presidente della Cassazione), Marra (leggi sopra), Martone (avvocato generale Cassazione). Nomi che si ricollegano a decisioni come la custodia cautelare per Cosentino, l’esclusione della lista del Governatore ciellino alle ultime amministrative, la costituzionalità dello scudo pro Berlusconi: fatti di interesse pubblico, vita del Paese, gestiti come cosa loro, come cosa privata. Sfileranno dunque costoro davanti ai magistrati capitolini e dovranno chiarire. Personalmente hanno già chiarito tutto, avendo avuto modo in prima persona non solo di conoscerli ma di subirli.

Quando mi sono state sottratte illegalmente le inchieste, quando ho denunciato e documentato questo tentativo di fermarmi perpetuato dall’ordine giudiziario stesso, quando sono stato messo spalle al muro e obbligato a lasciare la toga perchè subissato da procedimenti punitivi di ogni risma e perseguitato dall’epurazione con carta da bollo, i loro nomi e i loro volti hanno determinato la mia vita. Sono stati i vari Miller, Mancino, Palamara e Cascini a rendersi protagonisti di una pagina triste che mi ha riguardato e che ha riguardato anche la Procura di Salerno, rea di aver accertato il tentativo di uccisione professionale di cui ero stato vittima, quindi la devianza interna alla magistratura manifestatasi in occasione del mio lavoro. Responsabili diretti oppure indiretti, perché anche il silenzio e l’isolamento contribuisce all’assassinio professionale di quanti si riconoscono in un unico dovere: il rispetto dell’art.3 della Costituzione. Prossimamente il Csm nel suo plenum discuterà di questa nuova questione morale interna. Non nutro speranza in Mancino (lo stesso che deve ancora ricordare se vide o meno Borsellino poco prima che fosse ucciso, lo stesso che scelse come autista l’attuale senatore PdL Fazzone al centro del caso Fondi).

Non nutro speranza in Palamara e Cascini che nessuna misura hanno attuato contro il correntismo delle toghe. Non nutro speranza in Napolitano, che ha avallato provvedimenti epurativi verso magistrati coraggiosi e leggi ad personam che hanno stravolto l’equilibrio democratico. L’unica flebile fiducia la ripongo nel clima nato nel Paese, che mi auguro spinga il presidente del Csm quanto meno ad un’autocritica interna ed intima. Ma è appunto fiducia flebile.