“Vivi nella città più bella del mondo”. Me lo ha detto Caterina stamattina, mentre a Roma si provava a sopravvivere alla calura del dopo pranzo e qui a New York ci eravamo svegliati da poco, qualcuno ancora no, e l’aria era ancora addolcita da una leggera brezza di vento.

Vivo a New York da tre anni. Tre anni che valgono un’intera vita quando ti getti tutto alle spalle e ricominci da zero. Quasi meno di zero, perché in più hai il peso della malinconia e la paura del fallimento. Sei un “cervello” in fuga che non si arrende o si arrende e scappa via. Dipende dai punti di vista.

Qualunque sia la partenza, New York è la città giusta. Se te ne innamori. Altrimenti la detesti, come si detesta l’afa della controra. Io la amo come ho amato intensamente poche città che chiamo casa, Napoli e l’Avana sicuramente.

New York é la metropoli meno americana d’America. Qui trovare un repubblicano è dura e la battaglia più “civilmente sanguinosa” è stata quella combattuta fra (l’amatissima) Hillary Clinton e Barack Obama, che lei vinse con grande vantaggio. New York è la città in cui ti senti talmente libero che diventa quasi una prigione: appena metti piede altrove senti il peso di invisibili catene. Mentre l’Arizona e un’altra manciata di Stati combattono per mantenere la più disgustosa e inumana legge sull’immigrazione che consente alle forze dell’ordine di poter verificare, sulla base di un qualsiasi sospetto, i documenti che attestino lo status “legale” di un immigrato, il governatore dello stato di NY, Paterson, firma un provvedimento che vieta alla polizia di conservare in archivio i nomi e i dati di chi viene fermato, perquisito e rilasciato senza nessuna imputazione. Un atto estremo di protezione della privacy che ha fatto indispettire persino il sindaco Michael Bloomberg, pure noto per il suo estremo liberismo.

New York è la città che negli ultimi vent’anni è stata rivoltata come un calzino, lasciandosi alle spalle un passato di pericolosità e invivibilità per diventare una delle città più sicure degli Stati Uniti. E non solo per opera del sindaco Giuliani, che sapientemente cavalco’ l’onda di un movimento già iniziato (è interessante al proposito leggere il libro di Gladwell Malcom “Il punto critico”) e che è proseguito dopo di lui e che è diventato vincente, soprattutto grazie al senso civico dei suoi abitanti. I newyorchesi non sanno cosa sia l’indifferenza. Un male che, ad esempio, uccide ogni giorno, un po’ alla volta, la mia adorata Napoli, città di una bellezza dolente e struggente che solo occhi non superficiali riescono a vedere.

Quando mi sono trasferita qui ero sola e non conoscevo nessuno. Con me avevo solo il peso di mille stereotipi: quello della città indifferente dove se muori per strada nessuno ti aiuta, fra gli altri. Li ho cancellati tutti. Giorno per giorno. E vorrei raccontarvelo, perché quando si arriva qui in vacanza, e si corre da un museo all’altro, poi la statua della libertà e il ponte di Brooklyn, ci sfugge, quasi sempre, il senso più profondo della bellezza della città insonne.

New York, anche per me, è la città più bella del mondo, perché in queste strade indaffarate e dalla perfetta geometria, ho ritrovato il filo della mia vita e ho smesso di sentirmi “in fuga”. Ora mi sento a casa.