E’ davvero una storia infinita quella degli emendamenti sottobanco per bloccare i grandi processi per bancarotta. Gli imputati per casi come Parmalat e Cirio hanno trovato in Senato un nuovo paladino, il senatore Pdl Cosimo Latronico, che è riuscito a far approvare un piccolo emendamento all’articolo 48 della manovra finanziaria di Tremonti. Un testo incomprensibile per i comuni mortali, che in pratica stabilisce che non si applicano i reati di bancarotta semplice e bancarotta fraudolenta alle operazioni fatte da un’azienda già in dissesto finanziario, cioè all’interno delle cosiddette procedure consorsuali (concordato preventivo, accordo di ristrutturazione dei debiti). E fin qui funziona la logica di rendere più spedite e agili le operazioni dei manager chiamati a gestire i crac, senza la preoccupazione di dover rispondere penalmente delle proprie scelte.

Non punibili.

La novità che ha sollevato dubbi e sospetti è che la non punibilità si applica anche alle operazioni compiute in esecuzione del piano di cui all’articolo 67, terzo comma, lettera d). Secondo il deputato dell’Italia dei Valori, che si prapara a dare battaglia da oggi, quando la manovra andrà alla Camera, si tratta di un “piano” che non ha superato il vaglio di un giudice fallimentare, cioè di un qualsiasi documento interno dell’azienda che può risalire anche a molto prima del conclamato dissesto. Tecnicamente, sostiene Borghesi, si tratta di un piano che “non è sottoposto a procedura di omologazione giurisdizionale”. In pratica si apre la strada alla possibilità che qualsiasi imputato di bancarotta semplice o fraudolenta chiami in soccorso una delibera del consiglio di amministrazione in qualche modo connessa a processi di gestione del dissesto o del debito, e la trasformi in uno scudo anti-processo.

L’aspetto curioso della vicenda è che questa norma – di cui sfugge il nesso con le misure di risanamento della finanza pubblica – compariva già nella prima bozza di manovra letta dai parlamentari, per poi scomparire, avviarsi verso un suo peculiare viaggio carsico, e poi ricomparire all’ultimo momento, esattamente nel testo originario, nell’emendamento del senatore Latronico. “Non è chiarissimo perché ci sia stato questo andirivieni, questo metti e leva: cosa vorrà dire?”, si è chiesto intervenendo nell’aula del Senato il senatore Idv Francesco Pancho Pardi. Che ha aggiunto: “A chi serve? Ci siamo abituati, in quest’Aula, a esaminare provvedimenti dal destinatario incerto, espressioni poco chiare che poi celano il favore a qualcuno”. Anche se ufficialmente i parlamentari dipietristi non fanno nomi, nei conciliaboli parlamentari il più gettonato tra i possibili beneficiari della norma è il presidente delle Assicurazioni Generali, Cesare Geronzi.

E Tremonti?

Difficile dire se Giulio Tremonti sia l’ispiratore dell’operazione, se l’abbia subita, o se l’abbia semplicemente tollerata. Due anni fa fu proprio il ministro dell’Economia a stroncare un simile tentativo. Si trattava allora di un emendamento che depenalizzava tutte le azioni degli imprenditori, dei manager e di loro eventuali complici quando un dissesto aziendale non finiva con il fallimento. Tecnicamente la Parmalat non è mai fallita, perché è stata salvata grazie al ricorso alla legge Marzano. Con quell’emendamento il processo Parmalat, che vede migliaia di risparmiatori schierati come parti lese, sarebbe sostanzialmente sfumato ai sensi dell’intervenuto “lieto fine”.
Nell’ottobre 2008, l’operazione apparve mirata soprattutto a salvare l’allora presidente di Mediobanca Geronzi, implicato nei processi conseguenti alle vicende Parmalat e Cirio. Tremonti si mise di traverso dichiarando in Parlamento che se l’emendamento non spariva all’istate lui se ne sarebbe andato dal governo. A due anni di distanza lo scenario è cambiato. Geronzi ha lasciato Mediobanca, e la settimana scorsa era a cena a casa di Bruno Vespa con Silvio Berlusconi, Gianni Letta e il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. La cena alla quale Tremonti non era invitato, e in cui si è anche parlato di una sua possibile sostituzione proprio con Draghi.

da il Fatto Quotidiano del 16 luglio 2010