Ai guai, quelli di BP, sono ormai abituati. Responsabili di un disastro ecologico senza precedenti, incerti sull’efficacia del piano di chiusura della falla e ormai rassegnati all’idea di un vortice di cause legali capaci di spingere ancora più in basso un titolo azionario che ha già visto il suo valore dimezzarsi, i dirigenti della compagnia si apprestano ora ad affrontare l’ennesimo ostacolo di questi mesi da incubo. Ma questa volta appare tutto più complicato. Perché ad alimentare l’ultima tempesta non c’è l’ennesimo dibattito sulle procedure di sicurezza bensì un argomento che a Washington, e non solo lì, considerano tutti terribilmente più serio. Il terrorismo.

In una lettera indirizzata al Comitato per le relazioni estere degli Stati Uniti, il senatore democratico del New Jersey Frank Lautenberg ha di fatto accusato BP di aver contribuito la scorsa estate al rilascio-farsa del terrorista libico Basset al-Megrahi, l’autore dell’attentato al volo PanAm 103 schiantatosi nei pressi della cittadina scozzese di Lockerbie nel dicembre 1988. Condannato all’ergastolo per quella strage costata la vita ai 270 passeggeri a bordo (189 erano americani), Megrahi era stato liberato dalle autorità britanniche nell’agosto scorso quando i medici gli avevano diagnosticato un cancro in fase terminale. La previsione, come noto, si è però rivelata fasulla: a quasi un anno di distanza il terrorista appare vivo, vegeto e in ottima salute mentre si gode la ritrovata libertà nel suo Paese d’origine. Il “miracolo” clinico ha sollevato molti sospetti inducendo a credere che la liberazione di Megrahi possa aver fatto parte di un piano più ampio di normalizzazione delle relazioni diplomatiche ed economiche tra Londra e Tripoli. Ed è proprio qui che la famigerata compagnia petrolifera entrerebbe in scena.

Secondo Lautenberg BP avrebbe fatto pressioni a suo tempo sul governo britannico lamentando come l’eccessiva lentezza delle trattative sulla liberazione del terrorista libico stesse danneggiando gli interessi commerciali di Londra. Il portavoce di BP Andrew Grovers ha ammesso che la compagnia sostenne a suo tempo questa tesi pur negando che la stessa sia mai entrata nel merito di una questione “che riguardava i governi di Libia e Regno Unito e l’esecutivo scozzese”. Una spiegazione che potrebbe non risultare troppo convincente per il senatore del New Jersey. “E’ scioccante – ha affermato Lautenberg – anche solo contemplare l’ipotesi che BP stia traendo profitto dal rilascio di un terrorista che ha le mani imbrattate del sangue di 189 americani”. Secondo le ultime notizie, la compagnia britannica sarebbe ormai prossima ad avviare le sue prime operazioni di trivellazione nel golfo libico di Sidra.

Comunque vada a finire, la vicenda ha già espresso una sua morale. A undici mesi di distanza dal provvedimento di scarcerazione, l’affare Megrahi è destinato a confermarsi, per Londra, un’inesauribile fonte di imbarazzo. Le autorità britanniche avranno pure fatto i loro calcoli, ma la vicenda continua ad apparire talmente torbida da non consentire a Washington di chiudere un occhio di fronte a quello che appare come un clamoroso insulto alle vittime di Lockerbie. Recentemente Lautenberg e altri tre colleghi (i senatori di New York Kirsten Gillibrand, Charles Schumer e Bob Menendez) avevano chiesto al governo di Londra di avviare un’inchiesta formale sul rilascio. L’ambasciatore britannico a Washington Nigel Sheinwald, ha riferito il Financial Times, avrebbe già messo le mani avanti sottolineando come, a suo tempo, la scelta di scarcerare Megrahi fosse stata presa in seguito a un rapporto favorevole presentato dal parlamento scozzese. Chissà se da Edimburgo, adesso, vorranno fare qualche precisazione…