L’impressione è che la stampa nazionale abbia dimenticato quell’argomento di interesse transitorio che sono stati i precari. Ma il fatto che siano quasi del tutto scomparsi dalle pagine dei giornali non li ha magicamente cancellati. Soprattutto perché gli effetti della Finanziaria del 2008 – quella che sottrae nel triennio 2009-11 8mld alla scuola pubblica italiana e taglia 140.000 posti di lavoro, tra personale docente ed Ata – continua implacabile a produrre i suoi effetti.

Non si mettono più in mutande, non salgono da qualche tempo sui tetti, ma sono sempre lì, con un anno di precariato in più sulle spalle. L’”Osservatorio sulle graduatorie ad esaurimento” del ministero ci informa che nel 2009 erano 246.847. La loro età media è 38 anni. Nell’83% dei casi sono donne. In linea generale, nel centro nord 2/3 dei docenti aspiranti sono residenti al Sud. 36.4% i precari della scuola primaria iscritti nelle graduatorie del Nord, ma residenti al Sud; il 28,2% quelli della scuola dell’infanzia. Per smaltire questo numero di persone – mantenendo le attuali condizioni e ammesso teoricamente che il sistema non inserisse nuovi precari – ci vorrebbero 10 anni.

Lo scorso anno sono stati cancellati 52.000 posti, a settembre 40.000 e altrettanti sono previsti per il prossimo anno. Per tutto il tormentoso anno scolastico che si è appena concluso, non hanno mai smesso di denunciare, di mobilitarsi, di chiedere diritti esigibili: si sono costituiti in comitati cittadini, hanno partecipato a coordinamenti, sono stati sostenuti dalle sigle sindacali più sensibili alle catastrofiche sorti della scuola. Hanno sempre viaggiato in parallelo, rispetto agli insegnanti “stabili”, che pure hanno animato la protesta. Una scelta necessaria, considerando che la crisi e i tagli hanno fatto sì che venissero proposte – e accolte da dirigenti scolastici più realisti del re – strategie di “risparmio” all’interno di molte scuole, che prevedevano che le ore che fino a qualche anno fa erano destinate ai precari, fossero assegnate a personale di ruolo: la classica “guerra tra poveri”, il “divide et impera” che piace tanto ai nostri governanti; e che non ha trovato – occorre dirlo – quella netta opposizione da parte dei docenti di ruolo, spesso rimasti insensibili alle condizioni dei più giovani o dei meno fortunati colleghi precari. E così che “precario” è diventata una sorta di categoria a parte. Di noi si dice comunemente: docente di Italiano e Latino. Di loro “precari”, a mò di marchio, di identificativo: come se non fosse chiaro che la scuola italiana è andata avanti anche grazie alle energie e alle competenze di generazioni di docenti che, a prescindere dalle loro capacità, hanno dovuto attendere – e in molti casi stanno ancora attendendo – tempi irragionevoli per un paese civile per la propria “entrata in ruolo”. Ma la loro lotta continua: il 15 luglio alle 10.00, a Roma, davanti a Montecitorio, si svolgerà la manifestazione nazionale unitaria in difesa della scuola pubblica statale organizzata dal Comitato Precari Scuola, docenti e Ata.

La volontà chiara e costruttiva è quella di saldare la lotta dei precari che stanno perdendo o perderanno posto alla rivendicazione generale che una parte del mondo della scuola sta sostenendo per sottolineare il pericolo di indebolimento culturale, la dequalificazione progressiva, i bilanci in rosso delle scuole, le insidie costituite dai fondi erogati alle private e dall’allentamento sempre più evidente sui temi della laicità. Rifiuto delle dichiarazioni di Gelmini, che minano il principio di unitarietà del sistema di istruzione, sul nuovo reclutamento dei docenti, con albi regionali e concorsi banditi localmente da reti di scuole. Intanto, a riprova che la “riforma epocale” non è poi così inoppugnabile, il Tar ha sospeso le circolari di Gelmini su iscrizioni, organici e mobilità fino al 19 luglio. In attesa di comprendere se “riforma”, tagli, iscrizioni subiranno una battuta d’arresto, sfidare il caldo di questi giorni ed esserci giovedì mattina è praticamente un obbligo per la scuola democratica.