“Che cosa aspettano il sottosegretario Nicola Cosentino e il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, a dare le dimissioni o Silvio Berlusconi a pretenderle? O il Pdl a farsi sentire?”. A chiederlo è il Corriere della Sera, nell’editoriale in prima pagina oggi affidato al vicedirettore ad personam Massimo Mucchetti. Il quotidiano di via Solferino, dopo tentennamenti vari, slalom acrobatici e battibecchi tra prime firme (Galli della Loggia, Sartori, Panebianco) entra nel dibattito politico e prende una posizione ferma, chiara, netta. Nell’editoriale in prima e in altri articoli all’interno. Per Francesco Verderami “serve una rifondazione del partito per ridare slancio a Berlusconi” e lancia l’ipotesi Gelmini coordinatore unico. C’è poi il notista politico, Massimo Franco, che a pagina 8 analizza lo stato del Cavaliere. Che “attacca i giustizialismi ma tratta sulle intercettazioni”. Che “manda un segnale oscuro, tutto da decifrare”. E sulle dimissioni di Cosentino e Verdini, scrive Franco, “Palazzo Chigi è più imbarazzato di quanto appaia per i colpi che le indagini stanno dando al Governo”. C’è infine, a pagina 5, Andrea Garibaldi che sveglia la Lega dal silenzio degli ultimi giorni. L’intervista al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, è titolata con un “Maroni: abbiamo preso il capo dei capi, i politici coinvolti devono essere puniti”. E in merito alle possibili dimissioni di Cosentino e Verdini, Maroni risponde: “Valutino se possono evitare danni”.

Il recente ingresso di Marina Berlusconi nel Cda di Mediobanca, che detiene il 14,2% della Rcs, questa volta sembra non influenzare la direzione del foglio simbolo della borghesia milanese colta, ricca ma non affarista. In via Solferino dunque restano margini di manovra, anche perché nel patto di sindacato che controlla il giornale siedono 15 diversi imprenditori. Alcuni dei quali dimostrano di avere sempre più perplessità sull’operato del Governo e del premier.

Il Corriere, quindi, invoca le dimissioni dei due esponenti del partito di maggioranza rimasti coinvolti nello scandalo della nuova P2. Invita il Pdl a fare pulizia, riorganizzarsi. Ed è Mucchetti a fotografare la situazione. Scrive il vicedirettore: “Riemerge perfino Flavio Carboni, vecchio piduista che ebbe il suo momento ai tempi dell’assassinio del banchiere Roberto Calvi, trent’anni fa. Ma l’elenco è lungo: la cricca di Anemone e gli appalti del G8; gli impuniti della ricostruzione dell’Aquila; le speculazioni ospedaliere in Lombardia dove pure la spesa sanitaria rispetto al Pil è la metà di quella della Campania bassoliniana. Proseguire sarebbe stucchevole. Meglio chiedersi come mai ritorni la corruzione, ingigantita e non di rado bipartisan, mentre l’opinione pubblica sembra indignarsi sempre meno”. A differenza di quanto accadde negli anni pre Mani Pulite, spiega Mucchetti, “oggi sono i faccendieri e le lobby che, materialmente o culturalmente, comprano i governanti, asservendoli”. Negli anni 90, ricorda, le “privatizzazioni furono sentite come l’alba della meritocrazia, dopo la corruzione”. Ma l’idea “che la mera privatizzazione dell’economia potesse restituirci un’etica pubblica si è consumata nel falò delle vanità dei fondi che speculano senza costrutto e dei soliti noti che tosano le grandi imprese, nelle paghe smodate dei top manager, banchieri e non, mentre le disuguaglianze aumentano e l’ascensore sociale si ferma”. Rimane, scrive ancora Mucchetti, “la privatizzazione della politica. Che va oltre i conflitti d’interesse e contagia il sistema dei partiti dove i leader, o chi ha le chiavi della cassa, sono i padroni. Padroni blindati dalla legge elettorale che costringe i cittadini a votare i loro prescelti, sulla base di un’adesione ideologica in tempi senza ideologie. Come stupirsi se i prescelti, anonimi e miracolati a Roma quanto in provincia, subiscano la tentazione di mettersi al servizio di chi prometta la mancia? P.S. Che cosa aspettano il sottosegretario Nicola Cosentino e il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, a dare le dimissioni o Silvio Berlusconi a pretenderle? O il Pdl a farsi sentire?”.