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Mondo | di Giuseppe Cassini | 14 luglio 2010

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A Kabul la Nato vince le battaglie
ma sta perdendo la guerra

A dieci anni dall'occupazione del Paese l'operazione di nation building continua a rivelarsi un fallimento

E’ trascorso quasi un decennio da quando una quarantina di paesi, al traino degli Stati Uniti, s’impegnarono a ricostruire a suon di miliardi un paese prostrato dalle guerre e finalmente “liberato” dal giogo talebano. Ma chi l’avrebbe mai detto nel 2001 che nel 2010 i talebani sono di nuovo presenti in quasi tutte le province afgane? Che cosa è andato storto? Praticamente tutto.
Riprendiamo dall’inizio il filo della matassa. Andammo là nel 2001 per aiutare gli Usa ad inseguire a caldo i perpetratori dell’11 settembre. Ok, la coalizione rovesciò il nido in cui erano cresciuti gli attentatori; ma poi si sarebbe dovuti tornare a casa. Invece no. Sotto la tenue copertura dell’Onu, l’Occidente decise di “adottare” quel Paese lanciando un’ambiziosa operazione di nation building. Per riuscirci, però, ricorse alla Nato, cioè a quell’Alleanza Atlantica creata per difenderci da un pericolo sovietico. Che c’entra con l’Afghanistan, distante 5000 km dall’Atlantico?
Parte della verità è che – scomparsa l’Urss – la burocrazia della Nato non sapeva come riciclarsi e volentieri accettò il nuovo ruolo affidatogli da Washington: esportare la democrazia. Un compito non proprio adatto per un organismo istituito per altri fini. Darwin ci aveva insegnato che la funzione crea l’organo; qui è stato l’organo a creare la funzione, nella peggiore tradizione delle burocrazie. Risultato? Trattandosi di una struttura incapace di uscire dalla logica militare, in Afghanistan il divario tra spese militari e civili è stato di 10 a 1. Per sostenere l’apparato bellico i soli americani hanno sborsato finora oltre 150 miliardi di dollari, mentre l’insieme dei governi donatori ha investito per lo sviluppo non più di 15 miliardi (di cui un buon 40% è tornato indietro sotto forma di acquisti in patria, stipendi ai cooperanti e commissioni varie). Di questi miliardi, poi, solo un decimo è stato investito in progetti agricoli. Risultato? Prima della guerra l’oppio afgano costituiva meno della metà della produzione mondiale, ora siamo al 90%. E siccome i due terzi della popolazione sono contadini, non potrebbero sopravvivere senza la droga (e i signori della guerra neppure).
Esportare la democrazia? Finora si è esportata soprattutto inflazione. L’afflusso di cooperanti, consulenti, militari e uomini d’affari – tutti remunerati tra 10 e 50 volte più del salario medio di un afgano – ha alimentato un’inflazione devastante per i salari dei poveracci. Non si è mai visto tanto denaro a Kabul: dei donatori, dei militari, della droga. La corruzione era inevitabile, il rancore degli esclusi pure.
Organizzare libere elezioni? Il modello occidentale con cui le abbiamo organizzate si è frantumato nell’impatto con la realtà locale. Il 20 agosto dell’anno scorso, giorno fatidico delle elezioni presidenziali tanto attese nel mondo, ecco giungere di buon mattino a Puli-Charkhi, una cittadina ad est di Kabul, il presidente di seggio; entra e trova tutte le schede già riempite col nome di Karzai; protesta e gli scrutatori gli rispondono di lasciar perdere; continua a protestare finché non arrivano i giannizzeri del capo-villaggio, che lo espellono dal seggio minacciandolo di morte; è rimasto nascosto per settimane in una località fuori mano. Nella provincia di Kandahar, governata da un fratello di Karzai, i capi-clan del distretto di Shorbak avevano deciso di votare per Abdullah, il concorrente di Karzai; il 20 agosto arriva la polizia e sigilla tutti i seggi; vietato votare e alla capitale pervengono 23.900 schede debitamente riempite. La commissione istituita dall’Onu ha contato quasi 3000 brogli come questi. Eppure l’Occidente chiude un occhio, perché ha un concetto selettivo della democrazia.
In questo fallimento della cooperazione civile e della politica, forse che le operazioni militari – almeno quelle – sono state benedette da qualche successo? I generali americani – proprio coloro che hanno “costretto” il loro Presidente ad aumentare le truppe in campo sotto la minaccia di farlo passare per un cacasotto – sostengono che né i talebani né al-Qaeda possono avere il sopravvento. In effetti, la potenza di fuoco delle truppe Nato è cento volte superiore a quella della guerriglia. Ma anche la potenza di fuoco dei precedenti invasori dell’Afghanistan – da Alessandro Magno alle truppe indo-britanniche dell’800 fino a quelle sovietiche – era ben superiore ai miseri armamenti dei clan locali; eppure, nessun invasore è mai riuscito a sopraffarli.
Proprio grazie alla potenza di fuoco delle truppe Nato, in questi otto anni sono stati fatti fuori per sbaglio tanti di quei civili da impegnare gli alti comandi a ripetere e ripetere, decine di volte, parole ufficiali di scusa – con quanta consolazione per le famiglie e i clan delle vittime, è facile immaginare. Poi ci sono gli episodi che qualcuno potrebbe definire comici se non fossero tragici: l’ultimo di pochi giorni fa. Nella provincia di Ghazni a 150 km dalla capitale, all’alba del 7 luglio una pattuglia di soldati afgani – perfettamente addestrati dagli istruttori della coalizione – stava tendendo un’imboscata alla guerriglia talebana della zona. Ma ecco un elicottero della Nato in perlustrazione scorgere dall’alto quei militari acquattati (e ovviamente mimetizzati), scambiarli per guerriglieri e ucciderli tutti in un colpo solo. Dal quartier generale della coalizione è partita la solita dichiarazione di scusa per la “mancanza di coordinamento”.
In definitiva, continuiamo a scoprire l’acqua calda: ossia che i “terroristi” mossi dall’ideologia talebana sono una minoranza; gli altri insorgono per vendicare i morti del proprio clan o per guadagnarsi un salario o per difendere il territorio calpestato da stranieri in armi. Dare ospitalità allo straniero è un sacro precetto coranico, e lo è ancor più nella tradizione afgana (“abbiamo condiviso il pane e il sale” si usa dire lassù). Opporsi all’invasione dello straniero in armi è un precetto coranico altrettanto sacro, e lo è ancor più in quel Paese. L’efferatezza della resistenza afgana è pari alla raffinatezza dell’ospitalità afgana.
Persino al di fuori della vasta area a maggioranza pashtun a cavallo col Pakistan, i “terroristi” hanno saputo imporsi come insurrezione nazionalista piuttosto che come un’internazionale islamista. E comunque, non si può sconfiggere un nemico invisibile, onnipresente, dotato di due atout formidabili: montagne inespugnabili da cui partire all’attacco e il “santuario” pakistano come retrovia dove ripiegare.
Al contrario di tanti burocrati della Nato, gran parte degli esperti tornati dall’inferno afgano ammoniscono da tempo che l’occupazione è il problema, non la soluzione alle disgrazie del Paese. Sarebbe meglio dar retta, una volta tanto, a chi se ne intende. E nessuno conosce il Paese meglio di quell’ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov, che aveva servito lassù già nel 1977 come giovane diplomatico. E che continua a ripetere da qualche anno: ” Non c’è errore commesso dall’occupazione sovietica che non venga ripetuto ora… I militari della Nato si sono alienati le simpatie della popolazione, con cui comunicano dalle canne dei mitra protetti dalle corazze degli Humvee. La Nato sta vincendo le battaglie ma perdendo la guerra”.

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