Archivio cartaceo | di Massimo Fini
14 luglio 2010
Milano, città da incubo
Genesi e sviluppo di un equivoco
Come e perché sia venuta a qualcuno l’idea di costruire una città in questo punto desolato e squallido della pianura padana, senza un corso d’acqua, è un mistero. Ho consultato geografi e storici, l’unica risposta che sanno dare, rifacendosi al nome latino della città, Mediolanum, è che era un punto di passaggio obbligato verso varie direttrici, l’oltralpe francese e svizzero, Venezia che era già allora una città importante. Ma Pavia, che è a soli trenta chilometri da Milano, poteva avere benissimo la stessa funzione, e sta su un bellissimo fiume, il Ticino. E invece i pirla si insediarono a Milano.
Solo nel 1400 Leonardo si inventò i Navigli e quello straordinario reticolo di canali che irriga la campagna milanese. Ma Leonardo era fiorentino e un genio (geni non ne sono mai nati a Milano, solo dei pirla). Comunque sia nel Novecento i milanesi, confermando di essere dei pirla, coprirono i Navigli e, per sopramercato, negli ultimi dieci anni, con la scusa di farci un parcheggio, hanno coperto anche la Darsena che è come se a Firenze si abbattesse il Duomo (pochi sanno che Milano è stata, per lungo tempo, il più importante porto europeo per il trasporto di sabbia).
Sistemata in questo modo Milano se è ancora accettabile d’inverno d’estate diventa un girone dantesco. Anzi peggio perché, per il caldo, tu rimpiangi persino l’ultimo girone dell’Inferno, quello dove i dannati, beati loro, stanno infissi nel ghiaccio (sicuramente non sono milanesi, saranno stati i napoletani e i romani ad aggiudicarsi quel posto privilegiato pagando una tangente a monsieur Satanasso). Tu la mattina, sfibrato dal caldo di fine giugno e di luglio, ti alzi e vedi un cielo grigio o bianco. Dici: “Finalmente una brutta giornata. Oggi forse pioverà”. Nient’affatto. Quel cielo-non cielo è fatto dai vapori che gravano sulla città. Più il cielo è bianco più la giornata sarà calda e afosa. Sono stato in climi, specialmente in Nordafrica, dove la temperatura di giorno raggiunge anche i 45, 47 gradi. Ma è un caldo secco e comunque la sera il termometro crolla a 20. Per cui il giorno resisti, aspettando la sera. Milano ha questa particolarità: la sera il caldo invece di diminuire aumenta. Cala un poco la temperatura (non di molto perché il caldo sale dall’asfalto arroventato) ma sale in modo esponenziale l’umidità in una sinergia sinistra che ti fa boccheggiare anche alle quattro di notte. Per questo i milanesi, appena arriva giugno, diventano dei superfanatici dei weekend. Ma cadono dalla padella nella brace. Per raggiungere l’agognato mare di Liguria (150 chilometri) ci vogliono cinque ore sotto il sole rovente. E quando, finalmente, arrivi al mare ti accorgi che non c’è. Un mare che sia tale, intendo. L’hanno rovinato loro, i milanesi, in combutta, per la verità, con i piemontesi e anche i liguri che, per quattro palanche in più, li han lasciati fare. Le Riviere di Levante e di Ponente, da Chiavari a Ventimiglia, sono ridotte a una lunga striscia di cemento, di seconde case, di terze case, di cementificazioni di ogni tipo.
Al milanese non resta che lavorare
Il mar ligure ridiventa potabile d’inverno, ma d’inverno i milanesi preferiscono andare a rovinare le montagne. Che resta quindi al milanese? Lavorare. Ed è indubbio che i milanesi, a parte le ore che passano in macchina, siano gente che lavora. Un tempo sostenevo, solo parzialmente smentito poi dai fatti, che Roma e Lazio non avrebbero mai vinto un campionato. Chi glielo fa fare, diciamo la verità, a un calciatore che vive a Roma di andare ad allenarsi (è il motivo per cui il primo Bossi quando arrivò a Roma con i suoi leghisti voleva rinchiudersi in una foresteria)? Qui se uno non va a Milanello o a Interello crepa di noia.
Il sacrosanto destino dei pirla
È quindi vero che Milano, a parte inanellare inutili scudetti, sostiene buona parte dell’economia del Paese mentre gli altri sgavazzano e se la godono. È il giusto destino dei pirla che si insediarono in un luogo dove nessun essere umano, che non fosse scimunito, si sarebbe mai sognato di piantare le tende.



ammetto che la provocazione è carina anche se Milano, come altri hanno già precisato, sorge su falde acquifere ricchissime…
Per il resto l’aria fa schifo e invece di progettare verde/piste ciclabili costruiscono parcheggi. Ma questi sono altri discorsi, chiedere a Abertini/Moratti, come per i derivati sottoscritti.
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Cominciare da grossolani errori di geografia (Giornalista? Bbbravo!) per sfogare un evidente nervosismo personale dandoci indiscriminatamente dei p*rla non fa onore a lei nè al giornale per cui lavora.
Bastava una sbirciatina su Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Navigli_%28Milano%29#Storia) per non fare una figuraccia, nè scomodare Leonardo.
Poi mi viene subito in mente che negli anni ’70 la cascina del Lorenteggio veniva abbattuta per costruire un nuovo quartiere residenziale e una scuola che ospitasse le famiglie liguri che si erano trasferite qui (40% dei miei compagni delle elementari avevano entrambi i genitori liguri). Insomma una marea di ca**ate neanche velatamente razziste (verso una “razza”, tra l’altro, che non esiste più: pensi alla provenienza del vicesindaco).
Signor Fini, scrivere “Milanesi p+irla” o “Milano m*erda” col pennarello nei cessi di un autogrill della Milano-Lecco le avrebbe fatto più onore. E segua il suggerimento che le hanno dato: LEI CHE PUO’, non ci venga qui, se ne stia a casa sua, al fresco. Senza zanzare.
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da Venezia:
))))))
”Genesi e sviluppo di un equivoco”
“Al milanese non resta che lavorare”
“Il sacrosanto destino dei pirla”
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si tratta di una amabile presa in giro l’unica pirlaggine dei milanesi è che sono berlusconiani e leghisti a controbilanciare tutto ciò c’è la grande Inter che fa onore a Milano e all’Italia.
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Non sono sicuro che a Vienna scorra il Danubio (forse un semplice Donau Kanal), per il resto quasi completamente d’accordo con l’articolo. I milanesi non hanno inventato nulla (neanche i romani a dire il vero): gli inventori sono altrove. I milanesi copiano o rubano. Prendiamo l’aperitivo di cui i milanesi si fanno vanto. Martini? Carpano? Campari? Tutto nasce in Piemonte. Barbieri (aperol) in Veneto.
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A Torino di fiumi ce ne sono ben quattro: Po, Dora Riparia, Stura di Lanzo e Sangone. E si che siamo furbi!!!
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Grande Fini!
Aggiungo il consumo procapite di cocaina.
Come direbbe Ammaniti “tirano come delle stufe a pellet”.
L’ultima volta che sono stato da quelle parti -per lavoro- ricordo il campanello all’entrata di un RISTORANTE a San Donato: allucinante…
Scappate milanesi!
scappate!!
Cassinetta di Lugagnano non è lontana
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