Mentre lo stivale passava un altro week end all’insegna del declino economico e morale, il dragone che non dorme ne preparava delle belle.
La prima notizia riguarda il mondo della finanza. E’ nata in Cina la prima agenzia di rating senza stelle e strisce. Si chiama Dagong, ed ovviamente, come il Financial Times ha subito sottolineato con tono scandalizzato, è diretta emanazione della People’s Bank of China. D’altronde a noi civilissimi liberali occidentali la sola ombra di un possibile conflitto di interessi ci fa raggelare. E’ per questo che nei CdA delle holding che controllano le 3 più grandi agenzie di rating al mondo, ovviamente tutte made in USA, ci sono
banchieri (Citigroup e Credit union in Standard & Poor’s, Banque de Suez e JPMorgan in Fitch, ING Group e ancora Citigroup in Moody) e capi d’industria di ogni genere. Ed è sempre contro ogni sospetto di conflitto d’interesse che le agenzie di rating guadagnano dalle commesse che arrivano dalle banche per giudicare i titoli che poi le banche rivendono, compresi quei complicatissimi prodotti finanziari che nel 2008 venivano giudicati completamente affidabili e poi hanno mandato l’intera economia mondiale a puttane.

Lo dice chiaramente Chris Meyer, alto funzionario di S&P, in una delle intercettazioni utilizzate nell’inchiesta condotta dal procuratore generale di New York contro 8 grandi
banche Usa: “le agenzie di rating contribuiscono alla creazione di un nuovo mostro, il mercato dei CDO (Collateralized Debt Obligation). Speriamo di essere
tutti ricchi ed in pensione quando questo castello di carte crollerà”.

E se le agenzie di rating fanno la loro parte nella guerra tra bande del mondo dell’alta finanza, pensate cosa succede quando cominciano ad occuparsi di debito sovrano. Dove non arriva la politica estera USA arrivano Moody’s e Fitch: la recente crisi della Grecia prima e dell’euro dopo, lo dimostra. Ed è infatti proprio sull’analisi del debito sovrano di 50 paesi che Dagong ha scelto di concentrarsi, con risultati ben diversi da quelli di Moody e S&P. A partire dal debito USA, che nonostante tutte le difficoltà le due agenzie
americane premiano con la tripla A (lo stesso rating che davano a Lehman Brothers pochi giorni prima del tracollo), mentre Dagong ne da solo 2. La Cina invece passa dallo A1 di Moody ad AA+, meglio degli USA. Chi sia più attendibile è difficile dirlo, quel che è certo è che una grande agenzia di rating slegata dal monopolio Usa sulla finanza è una gran bella boccata d’ossigeno. Anche perché a far prendere alle agenzie delle gran cantonate non è solo il conflitto d’interessi. Anche la teoria economica conta, e la teoria che guida il mondo della finanza Usa negli ultimi anni ha fatto acqua da tutte le parti. E così arriviamo alla seconda notizia di questo inizio settimana. Si tratta della nascita del canale All News in lingua inglese CNC, nato per “presentare al mondo una visione completa dei fatti internazionali, ma con una prospettiva cinese”. CNC è l’ultimo di una lunga serie di investimenti del governo cinese nel campo dei media, 5 miliardi di dollari in un paio di anni. L’anno scorso era stata la volta della Cctv, che raggiunge 300 milioni di persone
e che oltre che in inglese trasmette anche in francese, spagnolo e arabo. A giugno poi ecco il tentativo della cinese B-Ray Media di acquisire Newsweek, celebre settimanale liberal del Washington Post. Tentativo fallito, ma per la patria della libertà d’informazione è uno shock culturale. Se qualcuno deve impossessarsi dei loro imperi mediatici, allora meglio si tratti di un aspirante monopolista alla Rupert Murdoch, con i suoi 175 giornali stampati in 40 milioni di copie la settimana in tutto il mondo e le sue reti esplicitamente neocons, da Fox News agli ormai quasi 150 milioni di abbonati alle piattaformesatellitari di Sky.

Evidentemente il problema è proprio la “prospettiva cinese”. Un piccolo esempio: come vedono i cinesi i compensi dei capi di stato. Si va dai 25.000 euro al mese per Obama, ai 24.000 per Cameron, ai 20.000 per la Merkel. Che sono comunque briciole rispetto a cosa gli aspetta una volta terminato il mandato. Prendete ad esempio Bill Clinton: nel mese successivo alla fine della sua seconda presidenza ha guadagnato più che nei precedenti 53 anni di vita.

Goldman Sachs lo ha remunerato con 650.000 dollari per quattro discorsi; Citigroup per una sola conferenza in Francia gli ha dato 250.000 dollari. Nell’ ultimo anno di presidenza la coppia Clinton aveva dichiarato 357.000 dollari, ma tra il 2001 e il 2007 i guadagni sono stati di 109 milioni. Tony blair invece per partecipare alle conferenze guadagna 7.300 euro al minuto, 16 milioni l’anno. Due interventi di mezz’ora ciascuno all’università di Manila gli hanno fruttato 440 mila euro. A quanto ammontase invece lo stipendio di Schroeder per dirigere il consorzio Nord Stream AG di Gazprom non è mai stato rivelato. Sappiamo invece a quanto ammonti lo stipendio di Hu Jintao, presidente della Repubblica Popolare Cinese: 274 euro al mese. Non mi sono scordato nessuno zero, ribadisco: 274 euro al mese. E senza possibilità di rifarsi a fine carriera: qualcuno ha più sentito parlare di Jiang Zemin da quando ha lasciato il suo posto?

E la cosa non riguarda solo i presidenti. Lou Jiwei è l’ex ministro delle finanze cinesi e dal 2006 è a capo di una holding pubblica che gestisce riserve valutarie per un’ammontare di circa 1000 miliardi di dollari. Stipendio: 800 euro. Lo stesso dicasi per i 400 top manager delle più grandi aziende di stato, che guadagnano in media 6.000 euro al mese, 18 volte lo stipendio medio di impiegati e operai di quelle stesse aziende. Per i 500 top manager delle maggiori aziende statunitense il rapporto è 1 a 300. Con la differenza che con
la crisi in Cina la tassazione dei redditi più alti è stata alzata al 45%, tutti gli stipendi sono stati decurtati del 10%, è stato vietato l’acquisto di azioni (le famose stock options) ed è stato imposto che d’ora in avanti i redditi dei manager crescano più lentamente di quelli dei lavoratori. Nel frattempo il reddito minimo tassabile è raddoppiato, portando la popolazione “esentasse” al 40% del totale. Per questa e molte altre chicche che Murdoch non vi dirà mai, da ottobre, sintonizzatevi su CNC.