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di Vincenzo De Cecco & Riccardo Cremona | 13 luglio 2010

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The most dangerous man in America

Secondo Daniel Ellsberg: “Quello che tiene chiusa la bocca alla gente è la paura che il parlare non produrrà dei cambiamenti”.In economia esiste un “paradosso di Ellsberg” che descrive il comportamento delle persone di fronte a esiti incerti, e il tema cardine di THE MOST DANGEROUS MAN IN AMERICA: DANIEL ELLSBERG AND THE PENTAGON PAPERS, documentario di Judith Ehrlich e Rick Goldsmith è in effetti quello del processo decisionale. Daniel Ellsberg si laurea in economia a Harvard, specializzandosi in teoria delle decisioni. Agli inizi degli anni 60, in qualità di analista strategico per Rand Corporation e Pentagono, analizza i processi decisionali in condizioni di crisi. La sua esperienza lo porta a compilare un rapporto top-secret, commissionato dal segretario alla Difesa Robert McNamara, che studia la storia della presenza degli Stati Uniti in Indocina.

Tale documento di 7.000 pagine, completato nel 1969, sarà in seguito conosciuto come The Pentagon Papers. Avendo studiato la presenza americana, l’escalation nella regione dal 1940 in poi e l’inganno sistematico del governo su tale partecipazione, Ellsberg conclude che: “Non siamo stati dalla parte sbagliata, siamo stati la parte sbagliata”.
Questa conclusione costringe Ellsberg, ex comandante di battaglione dei marines e convinto sostenitore della guerra fredda, a prendere la decisione più importante della sua vita: rendere pubblici i Pentagon Papers.

Si scatena il putiferio: nel film di Judith Ehrlich e Rick Goldsmith ascoltiamo i nastri audio nei quali Nixon bolla Ellsberg come traditore, mentre Kissinger lo definisce “l’uomo più pericoloso d’America”. I due lanciano contro Ellsberg un’offensiva senza esclusione di colpi che culminerà in un processo per spionaggio a Los Angeles. Il Processo però crollerà sotto il peso di due scoperte: Le intrusioni nell’ufficio di Ellsberg da parte degli “idraulici” del presidente (a breve protagonisti anche del Watergate) e il fatto che, durante il processo, Nixon si era incontrato col giudice, offrendogli l’incarico di direttore dell’FBI in cambio di una sentenza di colpevolezza per Ellsberg. (Attenzione. non si sta qui parlando di un paese unico, fatto di cielo, di sole e di mare, questi sono gli Stati Uniti di 40 anni fa)

Insomma, la scelta di coscienza di un singolo innesca una reazione a catena che culmina nello scandalo Watergate, e nelle dimissioni del presidente Nixon; la scelta di rivelare documenti top secret cambierà il corso della guerra in Vietnam e della politica americana, ma ben prima cambierà il senso stesso della vita di Ellsberg, precipitandolo mani e piedi nel paradosso che porta il suo nome. “Molta gente pensava che, essendo disposto ad andare in prigione, dovevo per forza essere sicuro che le mie azioni avrebbero fatto finire la guerra. Ora, perché pensavano questo? Perché volevano raccontare a se stessi che se non fossi stato sicuro le mie azioni sarebbero state inutili”. E’ invece proprio l’incertezza del risultato che lo porta ad agire in modo così deciso. “Ho pensato che c’era una piccola probabilità che le mie azioni avrebbero accorciato la guerra e quindi ho scommesso”. I contorni generali della storia – Vietnam, disordini interni, menzogne governative e eroismi giornalistici – sono ben noti. Ma col ritmo teso di un thriller che utilizza filmati d’archivio, registrazioni audio, interviste, ricostruzioni e narrazione dello stesso Ellsberg, Judith Ehrlich e Rick Goldsmith risecono a iniettare un sussulto sorprendente di urgenza e contemporaneità che va ben oltre i facili paralleli con le nefandezze dell’amministrazione Bush, costringendoci invece ad interrogarci sul nostro ruolo di partecipanti alla cosa pubblica.

Ellsberg, che dal 1970 è attivista politico e docente, sostiene che la maggior parte dei burocrati di alto livello abbia un senso distorto della lealtà: “Sì, la gente ha bisogno del proprio lavoro, della pensione, non vogliono perdere la loro sicurezza. Ma c’è anche un senso di moralità. La loro moralità gli dice: “È sbagliato mordere la mano che mi nutre, è sbagliato mettere in imbarazzo l’uomo che mi ha nominato.” Ciò che queste persone non prendono in considerazione è il possibile conflitto tra la promessa di mantenere il segreto e la promessa di difendere la Costituzione”.
In questo documentario la stampa statunitense è vista nel suo momento forse piu alto, con tanto di venerabili istituzioni come New York Times e Washington Post che contribuiscono a diffondere i documenti, resistendo ai tentativi del Dipartimento di Giustizia di farne cessare la pubblicazione. Pubblicazione che innesca una delle più importanti battaglie legali sul Primo Emendamento che il paese abbia mai visto e porta la Corte Suprema degli Stati Uniti a pronunciare una sentenza che ancora oggi è uno dei pilastri della libertà di stampa del paese.
Ma anche quando i segreti sono pubblicati, non c’è nessuna garanzia che la gente vi presti attenzione. Uno dei passaggi del documentario racconta come, dopo che Ellsberg ha rischiato la sua carriera, la sua fama, una vita in galera e forse peggio, il pubblico americano abbia in gran parte ignorato le conseguenze più preoccupanti dei Pentagon Papers.
Ellsberg: “Il problema col pubblico è che può essere facilmente manipolato ad avere paura [...] Non è molto difficile da fare. Ma è sicuramente molto difficile da fermare. [...] Questo film potrebbe mostrare alle persone due cose: Primo, che l’assunzione di un rischio nella vostra vita personale al fine di smascherare un torto o di dire la verità può avere un effetto concreto. E secondo, che è in errore chi racconta a se stesso che è sbagliato andare contro la maggioranza”.
Questo il sito del film:
http://www.mostdangerousman.org/

Il film verrà pubblicato in DVD il 26 luglio ed è ordinabile qui:

http://www.amazon.co.uk/Most-Dangerous-Man-America-DVD/dp/B0038KGM4C/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=dvd&qid=1279021327&sr=1-1

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