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Al Csm scoppia il “bubbone” Alfonso Marra

Aperta una pratica sul giudice. Dai magistrati in rivolta per la sua elezione attacchi anche al vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino

Il caso Marra, il presidente della Corte d’Appello di Milano eletto dal Csm con un “aiutino” della nuova P2, è l’oggetto di una rivolta telematica di magistrati che non ha precedenti. Si dicono “ nauseati”, “schifati”, “indignati”. Centinaia di messaggi hanno intasato le mailing list interne per chiedere quasi una sorta di mani pulite dentro Palazzo dei Marescialli. Contro le nomine dei vertici giudiziari secondo la lottizzazione delle correnti o peggio ancora secondo i diktat della politica. A scrivere, non solo magistrati impegnati, ma anche singole toghe che magari fin’ora non avevano mai preso posizione. C’è chi ha detto: andatevene a casa. Anche se non mancano gli applausi per coloro i quali hanno cercato di contrastare le storture che stanno emergendo. C’è rabbia soprattutto per l’atteggiamento del vice presidente Nicola Mancino, che non avrebbe saputo mantenere la barra dritta su un’elezione importante per di più nella sede dove ci sono i processi a Berlusconi. Anche dalle intercettazioni emerge che Mancino avrebbe cambiato idea all’ultimo momento su chi dovesse diventare presidente della Corte d’Appello di Milano.

Era assolutamente intenzionato a votare il favorito – per merito – Renato Rordorf, rivela al telefono la consigliera laica dell’Ulivo, Celeste Tinelli, al faccendiere Pasquale Lombardi. Ma poi Mancino ha scelto Marra. Nei messaggi dei magistrati c’è poi la conferma di quanto riportato da Il Fatto: per l’elezione di Marra, avvenuta il 3 febbraio scorso con soli 2 voti di scarto, ci sono stati membri del Csm che hanno cambiato il voto dopo pressioni. E i magistrati che chiedono rigore, esempio, trasparenza, plaudono a Livio Pepino per aver denunciato che il comitato di presidenza del Csm (composto da Mancino, dal primo presidente della Cassazione Carbone e dal Pg Esposito) si è opposto all’apertura di una pratica su consiglieri che frequentavano Lombardi, in carcere da giovedì scorso. E il favorito di Lombardi e della nuova cricca, Alfonso Marra, ora rischia il trasferimento di sede e addirittura il cambio di funzioni.

Ieri pomeriggio la prima Commissione, quella che si occupa dei procedimenti disciplinari per i magistrati, ha deciso all’unanimità di chiedere al gip di Roma l’acquisizione dell’ordinanza di custodia cautelare che contiene le intercettazioni anche tra Lombardi e il giudice, che brigano per la sua elezione. Nel momento in cui al Csm arriverà il provvedimento, i consiglieri decideranno se aprire la procedura per un eventuale trasferimento del presidente per incompatibilità ambientale. Il pronunciamento però toccherà al nuovo Consiglio, perché questo scade alla fine del mese.

Marra dal canto suo resta al suo posto. Si dice “sereno”. Quando lo abbiamo chiamato al telefono ci ha detto che a dimettersi non ci pensa nemmeno. E non prova alcun imbarazzo per le sue conversazioni con Lombardi. L’avergli detto “Ci facciamo a Berruti (uno dei consiglieri del Csm contrario alla sua nomina, ndr)” o “Li bruciamo vivi”, per il presidente Marra era “solo un pur parler”.

I rapporti con il faccendiere li giustifica perché “organizzava convegni a cui partecipavano tutti i magistrati, anche il primo presidente della Cassazione, presidenti di corte d’Appello. E poi, dottoressa era lui che si proponeva”.

Ma non poteva riattaccargli il telefono? “Perché dovevo farlo? Mica per me era un delinquente. Era una persona normalissima. L’ho conosciuto come una persona perbenissimo, frequentava tutti i magistrati d’Italia. Cosa potevo saperne io di cosa faceva?”.

Marra non sente il minimo imbarazzo ad essere stato eletto dopo forti pressioni: “Non provo disagio. Nella maniera più assoluta. Quando mi ha chiesto qualcosa, l’ho cacciato fuori (il riferimento è alla richiesta di intervenire a favore del ricorso del governatore Formigoni contro l’esclusione della sua lista alle ultime regionali, ndr)”.

Con il giudice ripercorriamo anche la cronologia della sua richiesta al Csm di ricoprire il ruolo di presidente della Corte d’Appello di Milano. Ad agosto 2008 assume l’incarico di presidente della Corte d’Appello di Brescia e 6 mesi dopo, a febbraio 2009, fa la domanda per Milano. Ad alcuni membri del Csm come Giuseppe Maria Berruti, Ezia Maccora e Betta Cesqui è sembrata un’anomalia e una mancanza di serietà da parte sua. Ma per il giudice è tutto regolare: “A Milano ci sono da 45 anni. È la mia sede e non c’è una norma che mi vietava di fare domanda”.

Poi nega ancora che ci siano state manovre in suo favore: “Ma quali manovre… Ritengo di avere i titoli per essere al mio posto”. E si sente molto corretto: “Non corretto. Correttissimo” Quindi può restare al suo posto? “Pacifico. Ci mancherebbe altro!”.

Da Il Fatto Quotidiano del 13 luglio 2010