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di Paolo Mondani | 12 luglio 2010

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La P2 è morta, il piduismo no

Leggiamo che dalla Cricca siamo passati alla Loggia. Che ora c’è la P3 perchè è riapparso Flavio Carboni (quando mai è scomparso?). Non scherziamo. Se l’evocazione dei 900 e passa iscritti alla loggia di Gelli è un espediente giornalistico va benissimo ma se sottintende un’analisi, bè, è una frescaccia. Perchè questa mega Cricca, a me, sembra qualcosa di meno della P2 e qualcosa in più di un formidabile reticolo di corrotti. La loggia di Gelli fu innanzitutto uno strumento della guerra fredda, che in Italia equivaleva a sbarrare la strada del governo al Pci. Guerra che fu combattuta con ogni mezzo. Anche con le stragi. E – come scriveva il Piano di Rinascita – con la compravendita dei partiti. Non che fosse complicato provare a corromperli, ma diciamo che Gelli e compagnia teorizzarono di “doverli” corrompere per affermare gruppi dirigenti malleabili e reti elettorali infettate dal clientelismo: quel golpe silenzioso che arrivò a contagiare il midollo del Paese e le cui tracce sono tutt’altro che scomparse. Dopo trent’anni, morta la P2 è vivo il piduismo come metodo per occultare il potere reale. Che è troppo poco assimilare al solo Berlusconi perchè riguarda una fetta assai più consistente della classe dirigente. E del paese.

Chi sono allora Verdini, Carboni e quei giudici immersi nella medesima melma? Che si chiamino Cricca, Banda o Loggia poco conta. Importa quel che rappresentano, invece, dalla vicenda della Protezione civile fino al caso Finmeccanica (la seconda azienda del paese). Sono i rappresentanti più in vista di una più larga società del ricatto, nella quale la corruzione non è solo un modo per arricchirsi ma un sistema di riconoscimento reciproco, un collante omertoso, impossibile da evitare se si vuol far parte di questa elite. Un legame culturale. Il salto di qualità rispetto a Tangentopoli sembra proprio risiedere qui. Quei corrotti praticavano il loro vizio privatamente.

Oggi, la modalità della corruzione e del ricatto non è più coltivata nel segreto, ma tende a diventare pubblica. E’ l’essenza della “rivoluzione” di una fetta della classe dirigente. Che giunta al governo ha privatizzato il potere legislativo e ridotto il parlamento a un’assemblea di raccomandati dai partiti, non più eletti dal popolo. Un’ Italia del ricatto che tende a legittimarsi giuridicamente tramite leggi che favoriscono il sistema corruttivo. E ne fa una bandiera. In tutto questo, ciò che colpisce è il codice culturale che la tiene insieme questa Italia e il suo fare maggioranza anche tra inattesi commensali.

Parlando d’altro (ma non tanto): che ci faceva Mario Draghi, il capo della più importante funzione di controllo del paese, a cena da Vespa? Non vale anche per lui il dover apparire (oltrechè essere) indipendente dalla politica e dagli affari? Forse il Governatore non poteva rifiutarsi di andare a cena con due illustri indagati (Berlusconi e Geronzi) rendendo inavvertitamente omaggio a quel metodo della attuale classe dirigente che ironizza e rimpicciolisce quando vuole diffamare un’indagine o una sentenza? O forse, è per via del fatto che il potere si ossequia e basta? Sicuramente, più di ogni altra presenza a quella cena, quella di Draghi allarga il senso di asfissia di una democrazia. E spiega il diffondersi della sua necrosi.

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