Dopo decenni di opportunità (nuove tecnologie, nuovi mercati, accesso a facilitazioni creditizie e di investimento globali e senza precedenti, condizioni ideali per far rendere in borsa i proventi del business), il mondo dell’impresa ha mancato l’obiettivo. Doveva rafforzarsi, poi consolidare, dopo, semmai, crescere.

Gli imprenditori hanno sperperato, sono vissuti oltre quello che potevano, e non hanno né risparmiato né consolidato.

E’ per questo che oggi l’impresa non ha alcuna titolarità, alcun diritto di fare appello alla nostra responsabilità, di chiedere il nostro sacrificio, di invocare alcuna malattia. E’ scandaloso che questo accada. Chi lo fa, o è arrivato ieri e ignora come sono andate le cose, oppure non merita il podio da cui parla.

Lo stesso vale per la gente comune, i lavoratori. La Fiat ha imposto le sue regole nel negoziato per Pomigliano d’Arco. Nessuno dei sindacati però si è alzato per chiedere di fare efficienze nei processi nell’azienda, eliminare autisti inutili, aerei privati, uffici costosi, sprechi di luce, telefono, cibo, catering, feste, presentazioni, dirigenti strapagati. Se c’è la crisi deve valere per tutti, non solo per alcuni. Dunque la Fiat può pretendere sacrifici ma nessuno le ha chiesto di farne altrettanti.

Ma la colpa è di chi non ha preteso questo, non di chi non lo ha promesso. Quando mai le cose sono accadute per concessione, nella storia dell’uomo? Lo spazio non è mai stato dato, è sempre stato preso.

Dopo decenni di opportunità per rafforzarsi, per trovare spazio professionale e personale, per tentare la propria via, cioè il modo migliore per emanciparsi dalla schiavitù del lavoro, costruire le condizioni economiche e psicologiche necessarie a vivere al di sopra (o al di sotto) delle crisi economiche, oggi molti lavoratori, la maggior parte, hanno poco diritto di lamentela. Forse nessuno tuona contro le aziende per un tardivo ma coerente sentimento di inadeguatezza. Forse noi tutti sappiamo di aver sprecato un’occasione, di aver vissuto anche noi, singolarmente, sopra le nostre possibilità, di non aver risparmiato, di non aver cercato la sobrietà, la dignità di una vita normale, adatta a noi. Nessuno ha lavorato per costruirsi una via di fuga, un Piano B.

L’attuale generazione tra i trenta e i cinquant’anni si è drogata di consumismo, relativismo, meterialismo, e considera oggi benessere qualcosa che non può più realizzarsi, e che anche quando era disponibile e a buon mercato era già sbagliato. In crisi di astinenza da opportunità economiche, da disponibilità di spesa, siamo tutti spiazzati, speriamo solo che passi la nottata. Quasi nessuno di noi fa autocritica, ammette l’errore di rotta, si predispone a cambiarla, anche se è tardi, anche se costa dieci volte la fatica che sarebbe costato vent’anni fa. Di certo, senza aver svolto il proprio compito sul tema del benessere, la nostra generazione non ha molto diritto di indignarsi e lamentarsi. La possibilità, il tempo, l’istruzione, le risorse per costruire un’alternativa le ha avute.

E’ anche per questo che in molti si criticano l’ipotesi unica, residua, flebile, di una rivolta individuale. Se siamo tutti sulla stessa barca, un buon motivo per non procedere lo troveremo sempre. Ma se invece di essere tutti a bordo di un bastimento con difficoltà di manovra, fossimo una flotta di canoe, ognuno sul suo piccolo barchino a vela, allora le scuse sarebbero finite. Qualcuno resterebbe fermo, qualcuno se ne andrebbe per i mari del mondo. E questo, cioè che si possa essere liberi di andare, che uno che affonda non riesca a tirare giù tutti gli altri, per la maggior parte, è inaccettabile.