Probabilmente la Fnsi non poteva fare diversamente. L’arma dello sciopero alla fine è quella che un sindacato ha ancora in mano per provare a incidere sulla realtà. Ciò non toglie che lo sciopero del 9 luglio contro il ddl Intercettazioni – la cosiddetta legge bavaglio – non sarà particolarmente incidente né significativo. E non contribuirà a rafforzare l’opposizione a una legge che reputiamo vergognosa. E questo per diverse ragioni.

Innanzittutto la valenza della legge che Berlusconi chiede a gran voce e probabilmente imporrà non è puramente sindacale ma politica. Il premier vuole regolare il flusso delle informazioni “scorrette” che in genere inguagiano lui e i suoi sodali, vuole blindare la maggioranza, umiliare l’opposizione, rafforzare il proprio traballante potere.

A una tale prospettiva si deve giustamente opporre una risposta efficace ma la manifestazione in una piazza da una parte, lo sciopero del sindacato giornalisti, dall’altra, non sembrano offrire tale efficacia. Sembrano, invece, espressioni discordanti e inefficaci, quando invece ci sarebbe bisogno di una campagna prolungata, di unificare tutti gli sforzi e di realizzare in un solo giorno il massimo di impegno e visibilità.

C’è poi una ragione per così dire “tecnica” sollevata da Marco Travaglio ma anche da Vittorio Feltri (che ipocritamente però non sciopererà). Si può protestare contro il bavaglio mettendosi il bavaglio? cioè tacendo per un giorno sapendo di fare la felicità del proprio avversario? E visto che quel provvedimento è inviso agli editori quanto ai giornalisti non si sarebbe potuto organizzare, almeno per un giorno, un’originale unità d’azione in chiave dimostrativa per “propagandare” al massimo i contenuti della legge e i motivi per cui vale la pena batterla?

E ancora, qual è davvero l’efficacia dello sciopero del 9 luglio? Dimostrare che la categoria è compatta? In realtà non lo sarà perché alcuni giornali usciranno? Dimostrare la posizione della Fnsi? La si sa già. Battersi con particolare veemenza? Si potrebbe fare come gli aquilani e andare a protestare in massa direttamente sotto palazzo Chigi.
Infine, resta un problema di credibilità dei giornali stessi.

L’Italia è un paese in cui si legge poco, i giornali vengono letti da una minoranza, spesso avvertita dei temi sociali, e lo sciopero non fa che parlare a loro ma non a un pubblico più ampio al quale i contenuti della protesta, così come quelli del disegno di legge, appaiono oscuri.

Forse si poteva fare di più e meglio. E si può fare di più e meglio più in là, se davvero attorno a questa vicenda, invece di marciare in ordine sparso si mettessero insieme le forze e si realizzasse davvero una campagna continuativa per la libertà di informazione. E a quel punto si dovrebbe discutere di risorse, di libertà civili e di libertà costituzionali, ad esempio sul posto di lavoro. Si è ancora in tempo per farlo, anche dopo il 9 luglio.