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di Marco Travaglio | 10 luglio 2010

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Il virus dei polli

Nel 1993 una classe politica alla canna del gas trovò la forza per un colpo di reni e, nel tentativo disperato di recuperare un minimo di credibilità dinanzi all’opinione pubblica inferocita, rinunciò a due dei suoi privilegi più odiosi: l’autorizzazione a procedere per le indagini (regolarmente negata dal Parlamento a protezione della Casta) e la maggioranza semplice per le amnistie e gli indulti (anzi, autoamnistie e autoindulti) che ogni due-tre anni venivano approvati per dare una ripulita alle fedine penali di politici e amici degli amici.

Da allora, per i colpi di spugna occorre la maggioranza dei due terzi e per indagare sui parlamentari non serve più l’ok delle Camere (diversamente che per arresti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri). Il doppio harahiri non bastò a salvare il Parlamento degli inquisiti, che però diede almeno l’impressione di aver capito quel che stava accadendo tutt’intorno. Oggi il clima somiglia molto a quello di allora, ma nel Palazzo nessuno se n’è accorto (a parte B., che ha sempre avuto naso, peraltro non suo: infatti parla a ogni pie’ sospinto di leggi anticorruzione, antievasione, antimafia, anche se poi non le fa perché non le può fare). Mentre, oltre il ponte levatoio, si susseguono arresti, anzi retate da accalappiacani, e ogni giorno finiscono dentro cricche e bande larghe, al di qua del fossato si danza e si canta allegramente come nelle ultime ore del Titanic. E se nel 1992-93 i partiti di opposizione (Pds, Rete, Verdi, Lega, Msi) facevano a gara nel cavalcare la questione morale per intercettare il malcontento popolare, oggi, a parte Di Pietro, l’opposizione passa il tempo a erigere sempre nuove difese impunitarie.

È dell’altro giorno la trovata da Oscar sull’impunità da regalare al capo dello Stato per tutti gli eventuali reati passati, presenti e futuri. Ma non era un colpo partito per errore: era uno dei tanti sintomi del nuovo virus dei polli che contagia larghe fette del Pd. Infatti metà della delegazione piddina nella giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha appena negato il consenso al Tribunale dei ministri per l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche a carico di Alfonso Pecoraro Scanio, indagato a Potenza per un imbarazzante scandalo di favori, speculazioni, voli e soggiorni a scrocco persino in un hotel a sette stelle: metà Pd ha votato contro assieme al Pdl (compatto come falange sul No ai giudici) e a un rutelliano di passaggio, mentre l’Udc s’è coraggiosamente astenuta. Così i giudici non potranno usare intercettazioni ritenute decisive per giudicare l’ex ministro verdolino. Poi naturalmente tutti in piazza con Bersani e Fassino contro l’ignobile legge bavaglio dell’infame governo B. che vuole impedire ai giudici di intercettare i potenti.

Ma ormai il virus dei polli è pandemia e dilaga fino al Sud della Campania: il sindaco Pd di Salerno, Enzo De Luca, già candidato trombato a governatore regionale, s’era impegnato tre mesi fa a rinunciare alla prescrizione nel processo che l’ha visto condannato in primo grado a 4 mesi per la discarica abusiva di Ostaglio con contorno di veleni nelle falde acquifere e nell’atmosfera. In cambio dell’appoggio di Di Pietro, De Luca aveva giurato solennemente di farsi processare oltre i termini per essere assolto nel merito. Ma, per farlo, conviene essere innocenti. In caso contrario, meglio arraffare la prescrizione e accendere un cero alla Madonna. Infatti De Luca, prendendo per i fondelli il Pd, Di Pietro e soprattutto gli elettori, ha arraffato la prescrizione, come un Andreotti o un B. qualsiasi. A proposito di B.: l’altroieri, con scarsa fantasia, è tornato dentro il suo ex socio Flavio Carboni. L’arresto dell’attempato faccendiere piduista è un evergreen con retrogusto di déjà vu, una notizia che ci fa compagnia da quando eravamo piccoli e, temiamo, ci accompagnerà alla canizie. Ogni 4-5 anni lo vanno a prendere. In attesa di diventare ministro dei Rapporti con la P2, Carboni è stato accolto in carcere da boati di giubilo: “’A Fla’, te possino, chi nun more se rivede! E Sirvio? Quanno ariva Sirvietto nostro?”.

Da il Fatto Quotidiano del 10 luglio 2010

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