Tutto il mondo è paese: in Mozambico per lavoro, apro i giornali e leggo la storia di uno dei più ricchi uomini del paese, Mohamed Bachir Suleman, sotto mira da parte della amministrazione americana perché sospettato di essere un narco trafficante di livello mondiale.

A complicare la questione, e a farne un caso politico, il fatto che questo uomo, molto in vista, sostiene anche finanziariamente il partito governativo, Frelimo, e soprattutto è ben conosciuto dal Presidente della Repubblica mozambicana.

Insomma solita storia: droga, potere, establishment, politica. Proprio la solita storia legata a uomini che in trenta anni riescono a costruire fortune personali e relazionali di cui si ignora l’origine e che grazie agli appoggi politici e a finanziamenti ai partiti godono sostanzialmente di una immunità personale e di un prestigio da pop star. Uomini dal facile gansterismo affaristico.

C’è voluto Obama, in questo caso, per fare affiorare uno scandalo che ha messo in una certa difficoltà il governo e il Presidente mozambicano Guebusa. C’è voluta l’amministrazione americana che, tanto per gradire, ha vietato agli investitori americani di avere un qualsiasi rapporto con l’affarista mozambicano.

Parte della stampa non fa tanti sconti e non si fa abbindolare dal falso garantismo di cui in Mozambico pare non esserci traccia. Le banche in affitto presso l’imponente patrimonio immobiliare del ricco Bachir hanno già detto che non verseranno più un soldo di affitto. Nei barrios di Maputo l’immagine del ricco barone della droga non è santificata. Ne’ si pensa che questa faccenda sia riconducibile ad un puro sentimento di invidia nei confronti di chi è molto ricco e di successo.

Tutto questo in Mozambico, uno dei paesi più poveri della terra.