La mia trascorsa esperienza di Consigliere Regionale è stata illuminante per cogliere gli effetti devastanti che il liberismo formigoniano, mistificato da pie intenzioni, ha apportato al consumo di territorio in Lombardia. Ho dovuto contrastare almeno quattro colpi di spugna coi quali la maggioranza ha voluto mettere fine alle conquiste dell’urbanistica riformista, che per tutti gli anni ’70 e ’80 ha cercato di rimediare alla carenza di standard e a un’organizzazione caotica delle città. Le rendite immobiliari e l’urbanistica neoliberista, sempre più presente come ideologia anche nelle facoltà universitarie lombarde, sono state supportate in tutte le loro richieste e si avviano agli affari di Expo 2015 ormai padrone del campo.

La Regione di centrodestra ha introdotto prima metodi di valutazione ispirati a principi di libertà nella gestione del territorio, sintetizzabili nella nozione “quello che non è espressamente vietato è ammesso” e poi  ha lanciato la nozione di “interesse generale” accanto a quella di “interesse pubblico” per giustificare l’ingresso formale e paritetico dei privati nella gestione del territorio e dei servizi pubblici. È stato formalizzato il passaggio dallo standard “quantitativo” allo standard “prestazionale” al fine di inserire “a pieno titolo nel dibattito sulla concorrenza dei territori” uno strumento appropriato per rendere “competitivo” il territorio, sintetizzabile nel concetto di “marketing territoriale”. Siamo cioè, anche nel lessico legislativo, all’esproprio dei beni comuni e alla massimizzazione del profitto privato in una fase storica in cui la deindustrializzazione ha gettato sul mercato immobiliare ben 26 milioni di metri quadri di aree dismesse (tra esse anche i 2 milioni dell’ex-Alfa di Arese di cui ho parlato in un post precedente).

La Lombardia pratica da diversi anni un processo di delegificazione che, unitamente ad un’interpretazione leghista del principio di sussidiarietà, devolve ai Comuni, senza un quadro di riferimento generale, responsabilità crescenti anche in ambito di pianificazione del territorio sovracomunale, compresi perfino i parchi. Va da sé che in presenza di una pianificazione di vasta area indebolita, i Comuni, lasciati liberi di decidere ognuno per proprio conto, accentuano nella pianificazione locale le spinte concorrenziali territoriali mettendo a disposizione delle infrastrutturazioni connesse al terziario e commercio (logistica e media distribuzione) e delle espansioni residenziali quote crescenti di aree non urbanizzate. Così il panorama della “Padania” si modifica in modo impressionante: pagodine sulle villette per accogliere i condoni per i sottotetti, enormi cubi e parallepipedi commerciali ad ogni passaggio da una periferia alla successiva, distese di asfalto e capannoni prefabbricati per alloggiare i TIR che ingolfano le strade.

Bella storia questa, che andrebbe raccontata tutta, anche quando il TG3 locale ci informa ossequioso che per la Giunta Formigoni il concetto di Lombardia si coniuga con quello di “bellezza”.