Sugli eritrei accordo raggiunto. Lo ha annunciato il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi durante l’audizione alla commissione del Senato. Mentre alla Camera, poche ore prima, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito aveva risposto al Question Time sulla situazione dei rifugiati in Libia. Senza menzionare la novità poi “rivelata” dalla Craxi. E alla Camera, a rispondere alle interpellanze non c’era nessun rappresentante del Viminale o della Farnesina. Infine, mentre la Craxi presentava il “lieto fine” della vicenda degli almeno 245 eritrei deportati vicino a Sabha dal centro di Misurata, alla Camera si svolgeva una conferenza stampa molto bipartisan. Livia Turco (Pd) con Fabio Granata (finiano del Pdl) accanto a Luigi Manconi, Savino Pezzotta, Jean Leonard Touadi, il  vicedirettore de L’Unità Giovanni Maria Bellu  e la direttrice del Secolo Flavia Perina. Tutti assieme a chiedere impegni per l’emergenza. Ma non solo. Al di là “della tragica emergenza umanitaria – come l’ha definita il presidente dell’associazione a Buon diritto, Manconi – questa occasione deve essere un passaggio decisivo per i rapporti con la Libia”. Per esempio, occorrerebbe inviare una “commissione ispettiva nei centri di detenzione – ha detto Granata – e ragionare sulla legge quadro sull’asilo politico che ancora manca” . Per Livia Turco l’Ue dovrebbe creare politiche comuni sull’immigrazione, al di là della mera protezione delle frontiere. “In questo caso – dice la deputata Pd – perché non creare un accordo per portare gli eritrei in Italia dove possono essere identificati? Perchè poi non ragionare con gli altri paesi sulla loro eventuale destinazione?”. Mentre opposizione e finiani prospettavano soluzioni possibili, Stefania Craxi annunciava però l’intesa firmata dal ministro del Lavoro libico che libererebbe gli eritrei permettendo loro di risiedere in Libia. Dove farebbero lavori socialmente utili. “Oltre la metà di loro – ha detto la Craxi – ha compilato la documentazione per il rilascio. Ma il nostro paese sarebbe anche disposto ad accogliere una parte dei detenuti”. Frattini, dal canto suo, ha fatto sapere di essere soddisfatto. Con polemica: “Abbiamo lavorato in silenzio, nell’assenza totale dell’Europa”. Mentre Roberto Maroni ha semplicemente declinato ogni responsabilità del governo. “Noi abbiamo un accordo bilaterale con una trentina di Paesi – dice il ministro dell’Interno – E allora, cosa vuol dire? Che l’Italia deve occuparsi di ciò che accade in ciascuno di questi trenta Paesi nel mondo?”. Intanto, però, ieri la Camera ha rinviato in Commissione il disegno di legge per l’Accordo commerciale con il Sudan del dittatore Al-Bashir, quello ricercato dal Tribunale internazionale dell’Aia. In ogni caso, se il governo cerca di scaricare le colpe sull’Europa e canta vittoria per aver dato l’opportunità agli eritrei di restare in Libia, il Cir (Comitato italiano per i rifugiati) sostiene che alcuni dei detenuti siano stati respinti dall’Italia nel 2009. Frattini ha dei dubbi e risponde: “Non è provato”.
Nella bizzarria delle comunicazioni sulla vicenda, spicca poi la ricostruzione del ministro Vito, alla Camera, sul perchè gli eritrei siano stati “spostati” dal centro di Misurata. I tumulti non sarebbero scoppiati a causa della chiusura del centro Unhcr della zona. Ma a causa della distribuzione di “alcuni formulari per la ricerca di personale per lavori socialmente utili, scambiati dagli interessati in formulari per il rimpatrio”. Visto che la soluzione porta i detenuti proprio a fare lavori socialmente utili, la tremenda repressione sarebbe avvenuto per un’incomprensione divenuta oggi soluzione. L’unica certezza, forse, sta nelle parole di Sybella Wilkes, portavoce dell’Unhcr per l’Europa occidentale: nessuno dell’Alto commissariato per i Rifugiati sa niente o ha visto i rifugiati eritrei. “In ogni caso – dice poi la Wilkes – chiedere asilo è un diritto e tutti gli stati europei sono firmatari delle Convenzioni di Ginevra. Quando un gruppo di individui arriva in un paese può chiedere asilo”, afferma. Ma è proprio sul fatto che i rifugiati sui barconi navighino in acque internazionali e che la Libia non sia firmataria dei trattati sui rifugiati che si basa la politica di Berlusconi e Maroni.

di Elisa Battistini e Emanuele Piano

dal Fatto Quotidiano del 08/07/2010