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Mondo | di Davide Casati | 7 luglio 2010

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Operazione sabotaggio per bloccare
il programma nucleare iraniano

Oltre alle vie ufficiali, l'amministrazione Obama fornisce al governo di Teheran componentistica difettata per rallentare l'assemblaggio della bomba atomica

Porto di Taranto, ottobre 2003. Un cargo tedesco, il BBC China, viene bloccato e controllato. A bordo, in sei container, ci sono grosse casse di legno marchiate “Scope”. È quello che gli agenti – di Cia, Mi6 e Sismi – stanno cercando. Al loro interno c’è materiale necessario per costruire delle centrifughe per creare uranio arricchito. Il carburante di una bomba atomica. Quelle casse sono destinate alla Libia, che di lì a poco sarà costretta ad ammettere il proprio programma nucleare e a fermarlo. Arrivano dalla fabbrica Scope di Shah Alam, in Malaysia, centro produttivo del network di Abdul Qadeer Khan, scienziato pachistano al centro del traffico clandestino di componenti nucleari. A farle scoprire è stato un ingegnere svizzero, Urs Tinner. Insieme al padre Friedrich e al fratello Marco, ha lavorato a lungo per Khan. Ma poi ha trovato un altro datore di lavoro, la Cia.

Urs Tinner – che ha ammesso di essere a libro paga della Cia nel 2008, e i cui file personali e familiari -30mila documenti, eccone alcuni (in inglese e tedesco) – sono stati distrutti nel maggio 2004 dal governo svizzero, probabilmente per coprirne il legame con i servizi Usa – è solo uno degli ingranaggi di un meccanismo talmente complesso da essere, negli Stati Uniti, un segreto di Stato. È il meccanismo con cui Washington lavora – da anni e, secondo le molte fonti citate dal giornalista di The New Republic Eli Lake,  anche ora, con Obama – per frenare uno dei suoi peggiori incubi del Pentagono. Il programma atomico iraniano.

Certo, gli Usa tengono viva la via della trattativa negoziale. Lo scorso giovedì hanno varato un nuovo pacchetto di sanzioni per  “colpire al cuore” – ha detto Obama – il percorso di Teheran verso l’atomica. Ma l’operazione sabotaggio procede parallela alla diplomazia. Ed è iniziata dalla fine degli anni ’90, pochi anni dopo che i servizi segreti occidentali sono venuti a conoscenza della vendita di “yellowcake” – concentrato di uranio – da parte dei cinesi a Teheran. Nel 1998, racconta a The New Republic un ex operativo del Mossad che si fa chiamare Michael Ross, la Cia e il Mossad vendettero all’Iran uno spray formalmente utile, di fatto letale, per le centrifughe. Nel 2000 uno scienziato nucleare russo, pagato dalla Cia, venne spedito a Vienna per consegnare progetti (errati) per costruire una bomba atomica agli iraniani. Il piano venne svelato nel 2006 dal libro State of War del corrispondente del New York Times James Risen, che la Casa Bianca metterà in carcere, se continuerà a non rivelare la sua fonte. E Urs Tinner ha venduto pompe a vuoto ad alta qualità – ma difettose – a Teheran. Quei macchinari sono indispensabili, per arricchire uranio: ogni centrifuga deve lavorare “sigillata” a vuoto. “La rottura di una pompa in funzione può causare la rottura di centinaia, persino migliaia di centrifughe”, dice David Albright, presidente dell’Institute for Science and Internazional Security. Un danno da centinaia di migliaia di dollari.

A volte i tentativi non vanno a buon fine: Ali Ashtari, venditore specializzato di componenti elettronici, fu impiccato in Iran nel 2008 per aver fornito tecnologia infettata da virus informatici fornitigli da israele ad alcuni pasdaran. Ma la Cia ha una vasta esperienza nel campo della vendita di tecnologia difettosa al nemico. La più grande operazione in questo campo fu quella contro la Linea X, l’unità del Kgb impegnata nell’impresa di comprare al di fuori dell’Urss parti di aerei, computer, equipaggiamento. La Linea X disponeva di molte società fittizie per gli acquisti. E quella rete venne scoperta e resa inutilizzabile dal dossier “Farewell” – migliaia di documenti passati ai servizi occidentali dal colonnello Vladimir Vetro, appartenente al Kgb ma al soldo delle spie francesi. Così a Mosca arrivarono computer con chip difettosi, o turbine per impianti di gas e petrolio pronte a rompersi.

L’Iran ha molte “Linee X”. Alcune – quelle che cercano tecnologia missilistica – fanno capo ai Pasdaran, le guardie rivoluzionarie. Altre, come la  Kalaye Electric Company, hanno tentato di acquistare magneti speciali, utilizzabili solo per centrifughe nucleari – e per questo sono state sanzionate dal Dipartimento del Tesoro Usa.

L’operazione sabotaggio è solo una tattica. Ma sembra funzionare. L’impianto di Natanz lavora al 20%, scrive Ivan Oelrich, scienziato nucleare e vice presidente del programma di sicurezza strategica alla Federaion of American Scientists: e Greg Jones, analista nucleare alla Rand Corporation, dice che “sono state installate 8.500 centrifughe, e ne lavorano 4mila”. Forse proprio a causa dei sabotaggi. Ma di fatto a Natanz vengono prodotti 120 kg di uranio arricchito al mese. E l’Iran,  ha detto il capo della Cia Leon Panetta pochi giorni fa, ha ormai materiale fissile sufficiente, se ulteriormente lavorato, per due armi nucleari.

Ma i piani di sabotaggio hanno un’importanza che va al di là dei risultati immediati. Spingono le autorità iraniane al sospetto continuo e paranoico: nel 2007 furono arrestati degli “scoiattoli-spia”, nel 2008 dei “piccioni spia”. Costringe gli scienziati a fabbricare da soli, per evitare rischi, macchinari complessi. E trasmette alle Guardie Rivoluzionarie, scrive Spencer Ackerman del blog specializzato Danger Room, un’idea fondamentale: “Sappiamo come vi procurate questa roba, e possiamo venire a disturbarvi quando ci va”.

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