Ma è chiaro che “la maggioranza dei nostri lettori è contraria e vuole vedere il giornale in edicola il prossimo 9 luglio”. Sarebbe come aspettarsi che i pendolari possano essere contenti per uno sciopero degli autoferrotranvieri…Ed è evidente che si tratta di uno sciopero anomalo: non contro i “padroni”, ma addirittura “con” i proprietari delle aziende editoriali dalle quali i giornalisti dipendono…Così come è comprensibile che un non-giornalista come Feltri (non-giornalista per il mestiere che fa quotidianamente, perché dà del “voi” ai membri della categoria di cui faceva parte e perché preannuncia che come sempre farà il crumiro) ci sbeffeggi mimando un eccesso di sensibilità democratica: “Allo scopo di protestare contro la prossima approvazione del bavaglio, ve lo mettete in anticipo e volontariamente”… E che un giornalista come Travaglio si chieda, analogamente e retoricamente, se siamo sicuri che “la forma più efficace di protesta contro il bavaglio sia autoimbavagliarci per un giorno”.

Ma basta tutto questo per concludere che lo sciopero del 9 sia inopportuno, se non controproducente, e che “sarebbe meglio uscire tutti in edizione straordinaria, listata a lutto, in forma di dossier con le intercettazioni e gli atti d’indagine più importanti di questi anni che, col bavaglio in vigore, non avremmo potuto pubblicare”? No, non basta. Anche per la preliminare ragione che l’auspicio di Travaglio – “tutti” gli altri giornali facciano ciò che sostanzialmente Il Fatto e la Repubblica fanno già in solitudine ogni giorno, da mesi – è inequivocabilmente utopistico e la sua concretizzazione impensabile. E non ci si riferisce solo ai “trombettieri dell’imbavagliatore”.

Nessuna redazione potrà convincere ad esempio un Corriere della Sera o un Ferruccio De Bortoli ad abbandonarsi alle auspicate manifestazioni di “giornalismo militante”. E certamente non parteciperebbe a questa interessante alternativa allo sciopero di categoria l’editore, ad esempio, del Corriere della Sera. Per non parlare degli altri. E comunque non ci sarebbe il sostegno della Fieg, che invece (per la prima volta nella storia sindacale italiana) appoggia lo sciopero “dimostrativo” proclamato dal sindacato dei giornalisti.

Singolarmente, a tal proposito, va rilevato che la giusta enfatizzazione di questi giorni sul “bavaglio” si è concentrata sui limiti all’uso delle intercettazioni da parte dei magistrati e dell’informazione. Ciò che ha fatto più impressione è il trattamento riservato ai giornalisti: da 281 euro di ammenda con rischio di un mese di carcere per la pubblicazione delle intercettazioni coperte da segreto istruttorio, a 10 mila euro di ammenda e un mese di carcere per la pubblicazione delle intercettazioni e/o di atti delle inchieste in versione integrale prima dell’udienza preliminare.

La singolarità dell’opposizione unitaria giornalisti-editori alla legge risiede invece sulla “stangata” prevista per gli editori: oggi per essi non è prevista alcuna sanzione in riferimento al contenuto dei giornali (di esclusiva competenza e responsabilità anche penale dei giornalisti, direttori e articolisti), mentre la legge berlusconiana impone loro una sanzione fra i 300 mila e i 450 mila euro.Si tratta di una novità assoluta nel settore dell’informazione in Italia, destinata a stravolgerne l’intero assetto giuridico, normativo e contrattuale (a cominciare dalla legge istitutiva dell’Ordine).

In sostanza, sinora niente autorizzava l’editore ad entrare in redazione, a dire ai direttore cosa pubblicare e cosa no, insomma a leggere il giornale prima che esso fosse in edicola (niente, meno che la schiena curva e il terrore per l’ipotesi di licenziamento o di arretramenti di carriera di molti direttori e di molti articolisti). Quella multa autorizzerebbe, anzi imporrebbe per la prima volta all’editore di leggere il giornale “prima”: di correggerlo e di fatto di dirigerlo, attraverso la figura di un direttore-manager. Si dirà: non è ciò che più o meno avviene anche adesso? Certo, avviene di fatto. Ma contra legem. Con la legge-bavaglio, invece. gli editori-padroni, i direttori-manager e gli articolisti, diciamo così, un po’ pavidi sarebbero in linea con la normativa.

E’ per questo – perché di fatto molti editori già “dirigono” o eterodirigono le testate di cui sono proprietari, pur senza una norma specifica – che la Fieg è a fianco dei giornalisti contro una legge che pure mette in mano agli editori un grimaldello straordinario per scardinare definitivamente a proprio vantaggio il sistema di relazioni aziendali a base dell’indipendenza dell’informazione? Sono forse spaventati da quella cifra, i 450 mila euro? O siamo di fronte all’ennesima manifestazione di un’antica, apparente contraddizione fra la ruvidezza padronale imperante nei giornali italiani e la linea più soft della Fieg, la cui presidenza non a caso viene spesso affidata a ex-giornalisti o a personalità “liberali” come, da ultimo, il giurista Carlo Malinconico Castriota Scanderbeg?

Che si tratti di sottovalutazione o contraddizione, l’opposizione all’introduzione di una sanzione agli editori per un qualcosa che sia contenuto nel giornale – devastante per il rapporto democrazia-mercato formalmente fissato nel tempo nel nostro settore editoriale, intaccato pesantemente negli ultimi tempi, ma ancora in piedi e da difendere con le unghie e con i denti – è un motivo in più per opporsi alla legge-bavaglio e per cercare di mobilitare una campagna quanto più larga e incisiva possibile, compreso uno sciopero (qui ed ora) “con” i padroni.