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Archivio cartaceo | di Stefano Caselli | 6 luglio 2010

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Sciopero sì, sciopero no

I dubbi di Travaglio hanno aperto un dibattito: è giusto "auto-imbavagliarsi" per protestare contro la legge bavaglio?

Che fare? A tre giorni dall’ora X la stampa italiana si interroga su una questione tanto elementare quanto delicata: ha senso ridursi al silenzio contro una legge che ha nel suo dna proprio questo obiettivo? Lo ha scritto nei giorni scorsi sulle colonne di questo giornale Marco Travaglio: “Siamo sicuri che la forma di protesta più efficace sia autoimbavagliarci per un giorno?”. Un concetto ribadito con forza da Paolo Flores d’Arcais: “Che senso ha, contro la legge bavaglio, imbavagliarci da soli? Di fatto succederà questo: non usciranno i giornali più o meno democratici – scrive Flores sul nostro sito – usciranno invece, in situazione di monopolio, i giornali che della soppressione dei fatti (…) hanno fatto ormai la loro ragione sociale ed esistenziale. Per cui daremo vita al seguente paradosso: una giornata di lotta per la libertà del giornalismo che regalerà per quel giorno l’intera opinione pubblica ai nemici di detta libertà”.

Un concetto che, indipendentemente dalle motivazioni che lo ispirano, ha generato discussioni in molte redazioni. La direzione del Corriere della Sera, ieri, ha proposto al Cdr di uscire ugualmente, con un’azione forte sul tema delle intercettazioni, sul diritto di cronaca e la libertà di stampa, editoriali e supplementi su indagini e scandali che, con la legge bavaglio in vigore, non sarebbero mai stati comunicati all’opinione pubblica. In un primo momento il Cdr era sembrato possibilista: “È una proposta non ancora formalizzata – dichiara Andrea Nicastro – bisognerebbe verificarne la fattibilità e capire se una forma di protesta alternativa a quella già decisa sia più efficace”. In serata, però, è arrivato il rifiuto: “L’assemblea dei delegati – ancora Nicastro – ha respinto la proposta. Troppo tardi; il rischio di rompere il fronte Fnsi, che avrebbe indebolito irrimediabilmente lo sciopero, non era scongiurabile. Domani (oggi, ndr) faremo un’assemblea dando per scontata la nostra adesione allo sciopero”.

Di un numero speciale, sul modello di quello proposto da Ferruccio de Bortoli, si discute anche a Torino. Il direttore de La Stampa Mario Calabresi ha chiesto al Cdr di riflettere sull’opportunità di disertare le edicole: “Sono molto perplesso sull’opportunità di questo sciopero – dichiara Calabresi – non ha senso imbavagliarci da soli; non ha senso, dopo che il presidente del Consiglio ha invitato i cittadini a non comprare i giornali, eliminarci da soli. E poigli scioperi si fanno in contrapposizione agli editori, che in questo caso sono danneggiati al pari dei giornalisti. Mi auguro che da qui a giovedì si trovino soluzioni alternative, magari con un accordo tra Fnsi e Fieg. È fondamentale non andare in ordine sparso, sarebbe controproducente”. In via Marenco ne discuteranno oggi, ma è assai improbabile che si decida di assecondare le richieste del direttore, che comunque si è impegnato a rispettare le decisioni del cdr: “Faremmo la figura dei fiancheggiatori di Berlusconi”, è l’opinione di più di un giornalista.

Nessun ripensamento nemmeno al Sole24Ore: “Noi non usciremo, abbiamo dato indicazioni chiarissime sulle modalità dello sciopero – dichiara Alessandro Galimberti del Cdr – e anche i supplementi del Gruppo usciranno con una foliazione ridotta del 20%. Certo, se ci fosse un buon motivo per dissociarsi, ne parleremmo; lo sciopero potrà non essere la forma più adeguata, ma al momento siamo d’accordo con la Fnsi, è una protesta estrema in un momento estremo”. Che si trovi una forma alternativa è il desiderio di Gianni Riotta, direttore del Sole24Ore: “Il sindacato farà le sue scelte che andranno rispettate, tuttavia sarebbe bello uscire tutti insieme, dopo un accordo, con due-tre pagine che ospitino le più grandi firme italiane. Dobbiamo fermare questa legge che, come ha ben spiegato l’avvocato Malavenda, non solo è pessima ma non potrà mai funzionare e non resisterà al giudizio della Corte Costituzionale. In questi casi la guerra di movimento è sempre più efficace della guerra di posizione”.

Stessa situazione a Repubblica. Da parte della direzione non è giunta alcuna richiesta di modificare la forma di protesta: “Repubblica non sarà in edicola – racconta Claudio Gerino del Cdr – altre iniziative si potevano valutare, ma al momento non ci sono. E poi – conclude – non è affatto detto che oltre allo sciopero di giovedì non si possa pensare a qualcosa di diverso e incisivo. C’è tempo fino al 29”.
Sciopero fuori discussione anche all’Unità: “Lo sciopero – dichiara il condirettore Giovanni Maria Bellu – è una decisione sindacale, ogni cambio di rotta deve necessariamente passare da chi lo ha promosso. Il giorno del silenzio ha prima di tutto un valore simbolico:ridursi al silenzio è modo per comunicare ai lettori quanto sia brutto rimanere senza informazione.

Da Il Fatto Quotidiano del 6 luglio 2010

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