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Politica & Palazzo | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 5 luglio 2010

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Brancher, i 17 travagliati giorni da ministro

Di questi suoi diciassette giorni da ministro non resta nemmeno una foto. Restano però le conseguenze che la nomina di Aldo Brancher ha determinato: il nervosismo della Lega, l’irritazione del Quirinale, le divisioni della maggioranza. Anche se i diciassette giorni dal giuramento alle dimissioni di Aldo Brancher non sono un record (cinque ministri della sinistra del governo Ciampi nel 1993 se ne andarono dopo un giorno), la breve parabola governativa del “ministro del nulla”, come lo hanno ribattezzato i suoi ex confratelli paolini di  Famiglia Cristiana, ha innescato una serie di reazioni a catena che hanno messo in difficoltà maggioranza e governo.

L’annuncio della nomina di Brancher a ministro arriva un po’ a sorpresa il 18 giugno: va a giurare al Quirinale dove riceve la stretta di mano di Napolitano e, al suo ritorno, il consiglio dei ministri gli affida le deleghe per l’attuazione del federalismo. Subito l’opposizione sospetta che dietro la sua nomina ci sia la volontà di garantire a Brancher lo scudo del legittimo impedimento previsto per i ministri. Ma i primissimi giorni sono dominati da un’altra grana: il federalismo è territorio sacro della lega Nord, che non ha nessuna intenzione di subire uno “scippo”: e così, il 24 giugno arriva l’altolà di Umberto Bossi: “C’è un solo ministro del federalismo e sono io”, ruggisce il leader delle camicie verdi. Parte così il lungo balletto sulle deleghe del neo-ministro: non più il federalismo, ma il piu’ vago ”decentramento”. Un imbarazzato Calderoli deve spiegare che si è trattato di una svista. Sulla Gazzetta ufficiale, però, fino a oggi non viene pubblicato nulla che riguardi le deleghe di Brancher.

La situazione si fa insostenibile quando, il 24 giugno, dando corpo ai sospetti lanciati fin dal primo giorno dall’opposizione, Brancher annuncia l’intenzione di avvalersi della legge sul legittimo impedimento per saltare l’udienza del processo di Milano sulla scalata a Antonveneta che lo vede imputato. La giustificazione addotta da Brancher è che in quegli stessi giorni deve “organizzare” il lavoro del ministero. Ma dal Quirinale arriva un inequivocabile disco rosso: Brancher, spiega una nota ufficiale del Colle, è a capo di un ministero senza portafoglio, dove non c’è nulla da organizzare, quindi non ha titolo per chiedere il legittimo impedimento.

Di fronte alla bacchettata arrivata dal Quirinale, ai legali di Brancher non resta che fare marcia indietro e annunciare che il ministro il 5 luglio andrà in Tribunale a Milano. Gli ultimi giorni, la strada per Brancher si è fatta sempre più stretta. Sul suo capo incombeva la mozione di sfiducia presentata da Pd e Idv, messa in calendario da Gianfranco Fini per l’8 luglio. I finiani chiedono a gran voce le dimissioni. Il 2 luglio, in un faccia a faccia con Berlusconi, si arriva alla decisione di farsi da parte prima del voto della Camera. L’annuncio di oggi, con il sugello di Silvio Berlusconi, mette fine alla tormentata vicenda.

Scarsa l’attività ministeriale di Brancher in questi diciassette giorni: ha fatto in tempo a partecipare a un solo consiglio dei ministri: quello del 30 giugno, dedicato all’esame della relazione di Tremonti sui conti del federalismo fiscale. Ma di quella presenza non e’ restata traccia visibile: al momento della foto di gruppo dei ministri, Brancher non c’era, come non c’era durante al conferenza stampa di Tremonti, Bossi e Calderoli al termine della riunione.

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