Al momento non si può dire come finirà fra Unicredit e la famiglia Sensi. Ma l’aria che tira è quella che prima o poi tutto il patrimonio, AS Roma compresa, passerà nella mani di Profumo. Cosa dire a questo punto? Difficile proporre una riflessione equilibrata, non tanto per ragioni di tifo (chi scrive, è bene dirlo per onestà, è romanista) quanto perchè alcuni dati mancano e altri sono finiti nel tritacarne della disputa sportiva, ad esempio quello a proposito della trattativa – nel 2008 – per la cessione a George Soros.

Interessamento autentico (anche se poco “concreto”) ma rapidamente sfiorito perchè Soros è uno speculatore di razza: compra a poco e vende a molto e ad alta velocità. E se l’affare si mostra troppo complicato altrettanto rapidamente volge lo sguardo altrove. Anche se per inciso, va detto che si è persa traccia del fascicolo aperto dalla Procura di Roma dopo le violente oscillazioni del titolo in Borsa in concomitanza con le voci di cessione del club.

Detto questo, alcuni punti fermi aiutano a capire il quadro:

1) Capitalia e Geronzi sono stati incredibilmente generosi con tutta una serie di storiche posizioni debitorie, ma non per un legame d’affetto nei confronti della città, nel caso dei Sensi, piuttosto per ricavare il massimo e spolpare il soggetto esposto. Fine ultimo e non nascosto di Capitalia è stato quello di sfilare Italpetroli ai suoi proprietari.

Una partita che si è rivelata difficile e lunga. Nella quale ha avuto un peso enorme la posizione tutta particolare del patriarca Sensi nel mondo del calcio. Un anti-Moggi per eccellenza. Situazione ribaltata già durante la sua malattia, quando la figlia Rosella ha cercato e voluto una “normalizzazione” nei rapporti con i padroni del calcio. Nelle intercettazioni sul caso Moggi, emersero molti particolari sullo “scambio” possibile: la pace e il silenzio provvisorio sui debiti contro la direzione sportiva al figlio di Moggi. Fortunatamente quella “porcata” non andò in porto.

2) Franco Sensi, per la AS Roma, si svenò. Fu Capitalia ad imporre al patriarca tutta una serie di cessioni interessate. Le quote degli aeroporti di Roma, il parcheggio di Corso Francia, l’area della Leprignana al gruppo Toti, il Corriere Adriatico venduto a F.G.Caltagirone. E per finire l’Hotel Cicerone concesso al furbetto Danilo Coppola per 70 milioni di euro. Un Coppola che riuscì ad entrare persino nell’azionariato della Roma con il 2,5 per cento. Insomma, Sensi volle ad ogni costo lo scudetto del 2001 e lo pagò caro. Molto caro. La banca che si era rivelata storicamente una cassa fin troppo amica, in quell’occasione tirò fuori le unghie per cercare di piegare un uomo considerato pericoloso da tutto il mondo del calcio che conta.

3) Rosella Sensi ha oggi circa 400 milioni di debiti con Unicredit, che dal 2007 ha rilevato Capitalia. C’è chi dice 325, altri 380. Ma la cifra è comunque ingente e i soldi per coprire il debito non ci sono. Pur di mantenere la società sportiva, la Sensi ha proposto di concedere tutto il resto alla banca di piazza Cordusio. Anche il suo 51 per cento di Italpeteroli (il 49 per cento è già di Profumo). Che però valuta tutto il patrimonio, squadra compresa, non più dei 400 milioni dell’intero debito. La Sensi parla di cifre molto diverse. Il suo patrimonio immobiliare, i due alberghi rimasti, i depositi di carburante a Civitavecchia e la squadra li valuta 650 milioni. In un paese normale, un Tribunale normale dovrebbe commissionare a un gruppo di periti indipendenti una rapida stima. E invece no. Assistiamo da mesi ad una guerra mediatica con cifre ballerine. Mai verificabili.

4) Questa guerra ha in fondo un suo obiettivo. Quello del nuovo stadio della Roma, proposto dalla Sensi ad Alemanno circa un anno fa, ubicato al tredicesimo chilometro dell’Aurelia su un’area di 145 ettari di proprietà del noto immobiliarista Scarpellini. La realizzazione dello stadio permetterebbe alla Sensi di uscire dal nodo scorsoio dei debiti anche se i capitali per realizzarlo non ci sono e dovrebbe, in quel caso, mettersi al fianco imprenditori con altre e ben più corpose disponibilità. Naturalmente Unicredit fiuta l’affare. Anche perchè il progetto stadio prevede circa tremila nuovi appartamenti nella zona di Massimina. Tanti soldi per cominciare quindi, ma una cascata di diamanti per il futuro. E non c’è dubbio che un unico soggetto sarebbe in grado di realizzare tutto ciò: Francesco Gaetano Caltagirone.

5) Nel suo recentissimo libro (“Sciacalli”, Editori Riuniti), Corrado Zunino racconta con precisione la storia oscura dei futuri stadi della Roma e della Lazio. Un particolare fa la differenza. Lo stadio della Lazio previsto sulla Tiberina è di impossibile realizzazione per il fatto che insiste su un’area di esondazione del Tevere. Mentre il terreno previsto per lo stadio della Roma, nonostante gli importanti ritrovamenti archeologici e l’opposizione degli ambientalisti, è subito disponibile e ha già un progetto realizzato da uno dei più quotati architetti del settore sportivo. Guarda caso, il sindaco Alemanno dopo un iniziale approvazione, ha ora bloccato tutto. Che stia aspettando l’Uomo della provvidenza?