Riporto qui di seguito la traccia del mio intervento all’incontro, tenutosi a Treviglio il 30 giugno 2010, sul tema “Lavorare contro natura“.

Mi piace sempre iniziare con dei nomi. Questa volta ve ne menzionerò tre: Duncan Lustig-Prean, John Beckett e Graeme Grady. Chi sono? Sono tre ufficiali delle forze armate di Sua Maestà la Regina. Tutti hanno un curriculum da far rabbrividire: “qualità personali eccellenti e condotte esemplari“, essi sono “meritevoli della piena fiducia in ogni campo” e sono “potenziali candidati per il comando, destinati alle più alte gerarchie militari“.

Piccolo particolare: sono tutti omosessuali.

E questo fattore emerge pian piano. Lustig-Prean viene scoperto grazie a una lettera anonima diretta al suo comando. Beckett si confessa col cappellano del suo reggimento e viene subito denunciato ai superiori, che lo interrogano.

Hai avuto una relazione con una donna? Se sì, dacci nome e numero, così le chiediamo conferma.
Hai subito violenze o abusi da piccolo?
Hai mai acquistato materiale pornografico?
Hai mai avuto rapporti omosessuali?
Com’è stata la tua prima volta con un uomo? Hai fatto la parte del maschio o della femmina? Usi preservativi? Lubrificanti? Oggetti?
I tuoi genitori sanno che sei omosessuale?

A Grady va peggio. E’ sposato e ha due figli. Un giorno decide di confidarsi con la moglie, la quale riferisce tutto alla moglie di un suo superiore. Grady viene così interrogato, non senza che gli venga sequestrata la rubrica e i nomi qui contenuti siano stati setacciati uno ad uno.

Fai sesso con tua moglie?
Ci risulta che tu sia andato a fare una vacanza in bicicletta con un tuo amico. Avete una relazione?
Hai avuto una relazione extraconiugale?

A tutti arriva una lettera più o meno identica. “Combattente leale, grande e coscenzioso lavoratore sul quale si può confidare per raggiungere i migliori standard, con qualità personali lodevoli e integrità per tutto il tempo del servizio“, ciascuna di queste tre persone vengono soggette a congedo forzato in ragione della loro omosessualità.

Lustig-Prean, Beckett e Grady presentano ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo nel 1996, la quale si pronuncerà nel 1999 con uno dei casi più significativi in materia. La Corte dirà, in sintesi, che il congedo forzato è illegittimo, perché contrario al rispetto della vita privata dell’individuo sancito dalla Convenzione europea.

Il caso mi fa venire in mente quella politica in vigore negli Stati Uniti il cui nome ricorda una pratica molto diffusa nel più generale ambito dei rapporti di lavoro: Don’t Ask Don’t Tell. La formula attraverso la quale questa politica si esprime suona così: tu non dirai che sei gay e, in cambio, io non ti chiederò se lo sei.

La viviamo spesso, questa pratica, a diversi livelli e in diversi contesti. Introdotta da Bill Clinton nel 1994, il DADT è stato salutato come un successo. Ora i gay e le lesbiche possono entrare nell’esercito! Che meraviglia. Sì, però non devono dichiararsi.

Lo stesso Clinton, che aveva promesso agli elettori omosessuali qualcosa di più di quanto è riuscito poi ad inventarsi col DADT (si vede che era troppo occupato a smacchiarsi i pantaloni nella sala ovale…), dichiarerà dieci anni dopo: messa così, questa politica non funziona proprio.

E lo dimostra il numero dei congedi per omosessualità dal 1994 in avanti: tredicimila. Tredicimila persone che servivano nelle forze armate, molte arruolate in missioni in Iraq e in Afghanistan, che sono state cacciate perchè omosessuali. Solo perchè omosessuali.

Ripercorrendo queste storie – che prima che storie di natura giuridica sono vicende personali, anche tragiche – balza alla mente la retorica usata dal Catechismo della Chiesa cattolica. L’orientamento sessuale, spiega il Catechismo, non può essere paragonato alla razza e all’origine etnica perchè “il problema della discriminazione non si pone a meno che l’individuo non identifichi pubblicamente se stesso come avente questa tendenza (sic) o almeno qualche comportamento esterno lo manifesti“.

Anche per la Chiesa, come per il legislatore americano (e molti altri), la materia del contendere si riduce alla manifestazione esterna, che a sua volta va riportata alla classica distinzione tra privato e pubblico. Il privato della coscienza, della camera da letto, della relazione vissuta unicamente tra le mura domestiche e che si traduce in indifferenza appena varcata la soglia di casa; e il pubblico della cosiddetta “ostentazione”, del tenersi per mano in pubblico, del Gay Pride.

Qualcuno nella Chiesa ha parlato, poco tempo fa di “gay conclamati”. E questo ragionamento non è limitato alla Chiesa o ai cattolici: quante volte abbiamo sentito dire “i gay sarebbero più accettati se non esibissero la loro omosessualità” oppure “ciascuno faccia ciò che vuole a casa propria, ma perché parlarne, ostentarlo?”, fino a “perché gli omosessuali hanno bisogno di provocare gli altri?”.

L’ha detto anche un vescovo di recente: nessuno ha il diritto di picchiare un omosessuale per strada. Certo, però, se quello ostenta, è provocazione…

Ed è proprio qui il punto. Si crea una sorta di separazione tra status e condotta, tra l’essere omosessuale e il comportarsi da omosessuale. Come dire, non mi interessa quello che sei, l’importante è che non mostri che lo sei. Quali sono le conseguenze concrete di questo approccio?

Anzitutto, come scriveva Hannah Arendt, “non ci si può difendere se non nei termini dell’identità che viene attaccata“. Meno gay e lesbiche fanno coming out, meno forte sarà l’identità del gruppo formato da tutte le persone omosessuali. E più debole sarà la possibilità di far valere le loro (legittime) pretese sul piano politico. E minore sarà il loro peso.

In secondo luogo, ridurre il problema della discriminazione a una questione di condotta è profondamente scorretto. Di quale condotta, infatti, stiamo parlando? Della condotta sessuale? Ma da quando le modalità con le quali una persona vive la propria sessualità diventano condizioni pregiudiziali di un trattamento piuttosto che di un altro? Soprattutto, da quando l’ipocrisia è diventata una regola di vita?

Già, perché è di questo che stiamo parlando: imponendo il segreto su un ambito di vita dell’individuo, si impone una vita ipocrita, disonesta, tanto che allo stigma dell’essere “diverso” si aggiunge anche quello – che pesa come un macigno sulla coscienza di tutti – di essere persone fondamentalmente bugiarde. Oltretutto, “nella misura in cui vi è un diritto di essere un particolare tipo di persona, ne consegue sul piano logico e morale che vi è un diritto di dire ciò che uno è“, spiega Kenji Yoshino, professore a NYU.

La questione giuridica vera, pertanto, non è se l’individuo possa o debba dichiararsi, ma se lo Stato, il diritto e la legge possano chiedergli di non farlo. Solo in un ordinamento costituzionale classista e che non riconosce la dignità della persona si potrebbe sostenere una condizione di questo tipo. Non certo nel nostro.

La nostra Costituzione, in effetti, proclama che gli individui godono di diritti inviolabili, primo tra tutti il diritto di essere e di esprimere se stessi nella forma della propria identità personale, un diritto che la Corte costituzionale ha una volte definito come “patrimonio irretrattabile della persona umana“. Irretrattabile, cioè non cedibile e – per usare un termine tanto caro alla Chiesa – non negoziabile.

Ancora prima di essere gay, lesbiche, bisessuali e transgender, siamo persone. E come persone abbiamo tutto il diritto di dire quello che siamo. Anche nell’ambiente di lavoro. Anche in famiglia. Anche per strada: tenendoci per mano, baciandoci, abbracciandoci. Gli strumenti ci sono, e pure i concetti giuridici sottostanti, che hanno valore costituzionale: libertà, dignità, persona.

L’unico valore che conta è la persona, non il suo orientamento sessuale.