Stupirà senz’altro il fatto che il più accanito oppositore ai tagli di Tremonti alla spesa pubblica sia il governatore lombardo Formigoni, il privatizzatore per eccellenza. Perché mai il teorico del passaggio di mano dal pubblico al privato dovrebbe sdegnarsi se la mano pubblica viene ridimensionata? La verità è che l’abile e mistificante operazione alla base di 15 anni di governo indiscusso e delle fortune della Compagnia delle Opere sta nell’aver reso pubblico il privato, accreditandone la smania di profitto, l’ostilità ai controlli, la gestione aziendalistica senza rischio, dato che i finanziamenti venivano da Pantalone.

Da anni la Lombardia ha messo sul mercato la sanità coi soldi dei cittadini e l’ha sottratta a qualsiasi giudizio critico ponendo a confronto il sistema sanitario lombardo con quello delle regioni del Sud, ma mai con quello delle regioni europee più avanzate.

Il “Celeste”, dopo aver messo in competizione sul mercato cliniche specialistiche  e ospedali cittadini ha  trasformato già nel 2006 in Fondazioni i tre gioielli della sanità pubblica lombarda: l’ospedale Besta, il San Matteo di Pavia e il prestigioso Istituto dei Tumori, noto in tutto il mondo, regalandone la gestione a sodali della maggioranza (CL e Lega in primo luogo) o a compiacenti mediatori dell’“opposizione”.

In dieci anni l’esborso di denaro delle famiglie per ricoveri e cure è cresciuto del 32% e per la prima volta dal 2009 il fatturato dei privati nella sanità ha superato quello del pubblico.
Nella Regione più ricca siamo di fronte al punto più avanzato di accumulo della componente finanziaria a spese del lavoro e dello stato sociale, anche quest’ultimo in via di privatizzazione in tutte le sue forme; a un esproprio soft ma continuo dei beni comuni come l’acqua e le aree edificabili e a una messa a valore puramente commerciale di immense aree ex-industriali (27 milioni di metri quadrati).

Intanto si è completata la decadenza della Lombardia come centro propulsivo dell’economia produttiva italiana; si è attuato il più rapido esperimento continentale di “depubblicizzazione” delle reti dei servizi. I poteri in Lombardia si sono rimescolati all’ombra del potere politico di Formigoni e, perché no, di un Bossi sempre più invadente.

Basta leggere i nomi degli invitati alle cene del Comitato per la Competitività istituito dalla Giunta, organizzate periodicamente dal governatore e frequentate dal Gotha economico dei padani: finanzieri, banchieri, immobiliaristi, simil- industriali, oggi passati al mattone o alle cliniche, oltre all’immancabile Tronchetti Provera, tutti beneficiari di una lunga fase di deregolamentazione incardinata da leggi regionali liberiste, che hanno provocato continui contenziosi con i governi nazionali di centrosinistra e con gli enti locali espropriati delle loro funzioni.

Ma ora siamo di fronte ad un colpo di scena, uno scontro con Tremonti sul terreno a entrambi più congeniale: il taglio del welfare.
Che Formigoni sia caduto da cavallo? No! Semplicemente il suo sistema è al collasso, costa troppo e deve ripagare troppi interessi elettorali.

Quindi: o federalismo fiscale come incetta di risorse alla faccia della solidarietà nazionale o battaglia interna per una quota più cospicua di una torta pubblica che si restringe e che non basta più alle pretese non dei cittadini, ma dei privati e delle lobbies elettorali. Speriamo che il centrosinistra non si lasci anche questa volta incantare…