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di Expo No Crime | 2 luglio 2010

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Expo, politica e ‘ndrangheta: un progetto svelato intercettazione dopo intercettazione

“L’uomo vestito di bianco che vedete nella fotografia è mio nipote, è latitante e ha cinque omicidi sulle spalle”. E’ la frase di apertura. Francesco Valle, classe ’37, detto don Ciccio, la utilizza ogni volta che deve minacciare qualcuno. Una scena rubata alla saga mafiosa dei Soprano, con la gigantografia del rampollo piazzata nel salone di una villa bunker affondata nelle campagne di Cisliano, pochi chilometri a sud di Milano. Villa blindatissima con telecamere a ogni angolo e una sala controllo ricavata al primo piano. Facile arrivarci, difficile non essere notati. E’ capitato anche agli investigatori, vittime, loro malgrado, di posti di blocco da parte dei picciotti di don Ciccio.

E’ mafia a Milano. Di nuovo e ancora. Senza soluzione di continuità, qui, nella ex capitale morale d’Italia, la saga delle cosche prosegue, e preme sempre di più sulla politica. Sì, perché l’ultima novità, la più importante degli ultimi mesi è la descrizione, intercettazione dopo intercettazione, della reale infiltrazione della ‘ndrangheta nelle opere di Expo. Oggi, non domani. E poco importa che il Comune di Milano ancora latiti nell’acquisto dei terreni. Il vero business, infatti, sta in tutto ciò che nascerà a corollario dei padiglioni.

A raccontarlo ci sono le quasi 400 di pagine di ordinanza che oggi hanno portato in carcere 15 persone legate alla cosca Valle, federata con il potente clan De Stefano di Reggio Calabria. Al vertice don Ciccio, vecchietto analfabeta, affezionato alla sua coppola e ai modi spicci. “Io non so neanche – racconta un imprenditore dopo essere passato sotto le mani di Valle – se quelli mi fanno arrivare a Natale”.

Ma se il big boss recita il suo soggetto dietro le quinte di un palazzo in stile Scarface con piscina e statue di marmo bianco, i due figli, Fortunato e Angela, controllano l’usura, i prestiti, i recuperi e i rapporti con le finanziarie. Senza contare i legami di sangue con la famiglia Lampada, gente di Archi, quartiere di Reggio Calabria, da sempre fortino inespugnabile della cosca Condello. I matrimoni tra le due famiglie, poi, sanciscono l’alleanza, benedetta, tra l’altro, dalla presenza del figlio di Pasquale Condello, il boss supremo arrestato nel febbraio 2008 dopo 18 anni di latitanza.

Ma più che la macelleria mafiosa, quello che conta qui sono i rapporti con il mondo della politica, mediato, manco a dirlo, da quello dell’impresa. E nell’impresa troviamo un tale Adolfo Mandelli, alle spalle qualche precedente, nel portafoglio ben 14 società tra immobiliare e imprese di costruzione. Il suo ruolo per la ‘ndrangheta? Il solito di sempre: “Quello di contribuire al rafforzamento economico del sodalizio criminoso – annota il gip Giuseppe Gennari – rendendosi intestatario fittizio, attraverso la Lario Servizi srl, di quote della Seguro srl, affinché gli altri componenti dell’associazione possano eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale”. Detto fatto, e Mandelli fa da anello di congiunzione con la politica. Politica che nell’ordinanza ha nome e cognome. Si tratta dell’assessore del Comune di Pero Davide Valia. (non indagato). Annota di nuovo il gip: “La totale condivisione di interessi tra Mandelli e i Valle emerge il 23 gennaio 2009, quando Valle lo contatta per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un mini casinò, una discoteca e anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l’area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all’amicizia con Davide Valia”. Ancora più chiare le intercettazioni. Dice Valle: “In zona Pero il Comune mi ha concesso le licenze”. Prosegue Fortunato Valle: “Ti spiego, lì c’è la zona di Expo e ci hanno rilasciato questa licenza per mini casinò che ci permette di fare anche il ristorante”. In sostanza una sala intrattenimenti “perché – prosegue il figlio di don Ciccio – il Comune vuole un locale dove intrattenere la gente e mi hanno dato la licenza”. Decisiva la risposta di Mandelli. “Minchia meglio di Davide (Valia, ndr) che è Pero e poi con la scusa di Expo e della Fiera”. E se l’obiettivo della ‘ndrangheta risulta dichiarato, altrettanto evidente l’aiuto ricevuto. Scrive il gip: “Dalle intercettazioni è emerso che la licenza per il mini casino è stata ottenuta grazie all’interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori”. Circostanza confermata anche da tale Tony. L’uomo “che fa parte della Commissione del Comune di Pero deputata al rilascio delle licenze spiega a Valle di essere in grado di fargli avere qualsiasi tipo di licenza per esercizi pubblici in quanto era in vigore una procedura semplificata”.

La politica è, dunque, un chiodo fisso della cosca. A tal punto da pianificare candidature nei comuni dell’hinterland milanese. Ci prova, nella primavera 2009, il terzo figlio di don Ciccio. Leonardo Valle, infatti, in quella tornata elettorale che viene accorpata alle Provinciali e alle Europee, si candida per il consiglio comunale di Cologno Monzese nella lista dei Riformisti. Nel mirino della ‘ndrangheta c’è anche il comune di Cormano. Ne parla Riccardo Cusenza, figura attiva nel campo immobiliare per conto del clan. Il 27 aprile 2009, Cusenza ne parla con un amico proprio di Cormano. “Ho un paio di famiglie calabresi che mi danno una mano, vediamo di fare un po’ di numeri per entrare in un buon giro politico”. Giro politico che, a detta di Cusenza, porta fino all’attuiale presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà. “Con Podestà – dice – siamo culo e camicia”.

di Davide Milosa

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