Che reazione ha un signore – incidentalmente senatore – alla notizia di una sentenza che lo condanna a sette anni per questioni di mafia? Festeggia  e invoca il suo nume tutelare, un mafioso pluriomicida. Poi, carinamente, si rivolge al procuratore e dice: “Condoglianze”. Le parole sono importanti: lo spiega Salvatore Lupo, storico della mafia e docente all’Università di Palermo.

Professore, il senatore Marcello Dell’Utri ha festeggiato la sentenza d’appello. Strategia?
Sono rimasto molto colpito dal fatto che un signore condannato a sette anni per concorso esterno in  associazione mafiosa dica di aver vinto e che il perdente quindi è il giudice. C’è gente che – condannata per collusione  con esponenti della vecchia o della nuova mafia – si consola o cerca di far passare l’idea di aver trionfato. Qualunque persona per bene si dispererebbe per essere stata condannata.  Ma abbiamo altri precedenti: i cannoli con cui l’ex presidente della Regione Sicilia ha festeggiato una sentenza di condanna.

Anche per Andreotti fu così.
Una montatura vergognosa. Lo dico non tanto per lui quanto per i suoi corifei: lo dicevano innocente, e poi hanno fatto le luminarie davanti a una sentenza che soltanto dichiarava prescritte le sue responsabilità penali per frequentazioni mafiose. Questa è l’Italia di oggi e questa è la gente che ci governa.

Come è cambiato il modo di esternare della mafia?
I messaggi dei mafiosi fino al maxi-processo erano di grandissima arroganza. Partivano da un’idea di condivisione sociale degli scopi della loro associazione. I boss pensavano di potersi appellare a un sentimento comune dell’opinione pubblica che riteneva positiva la funzione della mafia.

Quale funzione?
Quella di mantenere l’ordine, diciamo, con sistemi informali. E quindi continuavano a presentarsi come uomini d’ordine.

A chi si riferisce?
A Michele Greco, a Luciano Liggio e a tutti gli altri prima di loro. E anche a Buscetta.

La svolta nelle comunicazioni è arrivata dopo  il maxi-processo?
Sì, perché quella pretesa è diventata sempre più infondata. E loro stessi non si presentano più così. Questa tesi, seppur in altra forma, è venuta spesso dagli uomini politici. A cominciare dall’ex ministro Lunardi: disse che nell’interesse degli affari bisognava convivere con la mafia. Già da tempo Dell’Utri dice che siccome Mangano si è comportato bene con lui e col suo capo, allora Mangano è un galantuomo, addirittura un eroe. Perché non ha tradito la relazione affaristica o protettiva, a seconda che noi diamo per buona la tesi che lo stalliere stava ad Arcore a gestire affari o a proteggere Berlusconi. D’altronde questi sono i due link fondamentali e tradizionali tra mafia  e potere: affarismo e protezione.

Quindi il messaggio che viene mandato dai politici all’opinione pubblica  è “la mafia funziona bene”.
Mah. Prima del maxi-processo sentivamo spesso dire: “La mafia non esiste”. Oppure: “Esiste, ma è cosa diversa da quello che pensate voi, continentali o comunisti. Non è criminalità ma è un’altra cosa: un senso dell’onore eccessivo, la particolare anima siciliana” e via così, mistificando. Oggi i mafiosi non hanno più il coraggio di dirlo perché sono successe cose terribili e l’opinione pubblica si è vaccinata.  Oggi le teorie banalizzanti o minimizzanti le sento solo dai politici.

Anche Dell’Utri nel 1997 ha detto “la mafia non esiste”.
È un tradizionalista.

Cos’è successo dopo il maxi-processo?
È caduta la presunzione di impunità.

Cosa pensa delle dichiarazioni di Spatuzza?
Mi pare non abbia tenuto la teoria stando alla quale attraverso Spatuzza parlerebbe il suo ex boss Graviano, cioè di un pezzo della gerarchia di Cosa Nostra, impegnata a pressare Berlusconi.

Un uomo di mafia parla del premier. Per dire cosa?
Spatuzza parla di Berlusconi come tanti altri pentiti. Nel loro ambiente si era convinti – a torto o ragione – che Berlusconi fosse un elemento da loro manovrabile. Era così anche per Andreotti.  I  mafiosi hanno creduto di avere questi importanti uomini politici nelle loro mani, poi si sono sentiti traditi perché i risultati aspettati non sono venuti.

Cosa si aspettavano?
L’impunità, l’annullamento delle sentenze, la cancellazione dell’ergastolo e del carcere duro.

Invece che pensa delle condoglianze di Dell’Utri al procuratore?
Una frase di cattivo gusto e tremendamente arrogante. Ma non minacciosa.

Perché?
Non siamo in una fase storica di terrorismo mafioso. Confido e spero che le cose restino così.

Le dichiarazioni di Dell’Utri su Mangano hanno fatto arrabbiare i ragazzi del Pdl. Loro dicono: Falcone è il nostro eroe.
Perché qui si esce dalla sfera propriamente giudiziaria. La verità è che  moltissimi italiani non sanno se Dell’Utri è colpevole delle cose di cui viene assolto, ma nemmeno se è colpevole delle cose per cui è stato condannato. I giovani del Pdl, di certo, propenderanno per un complotto dei giudici comunisti.  Però le dichiarazioni di Dell’Utri nulla hanno a che fare con le ipotesi e nemmeno con le risultanze giudiziarie. Sono espressione, passatemi il termine un po’ sproporzionato, di un’ideologia visibile, alla luce del sole. Se io ricevessi un favore da Mangano non direi mai che è un eroe. E  probabilmente non lo farebbero nemmeno i ragazzi del Pdl. Il problema  per Dell’Utri non è ciò che i suoi nemici o i magistrati dicono di lui. È ciò che lui dice di se stesso. È come nelle intercettazioni. Nelle intercettazioni non sono più gli altri che parlano male di un potente, ma è lui stesso che si racconta. Per questo le vogliono bloccare. Solo, il caso di Dell’Utri è un po’ diverso, perché queste cose lui le dice pubblicamente. È come se intercettasse se stesso. Se esistesse un’opinione pubblica in questo Paese, dovrebbe prenderne atto.