Confesso che la lettura che vedo diffondersi sulla sentenza di appello a carico di Marcello Dell’Utri mi lascia perplesso. Sul merito del processo penso infatti che l’insieme di prove e riscontri che, a mio parere, hanno retto di più sul versante dell’accusa, sono proprio quelli messi in crisi dalle conclusioni della Corte. Ma a colpirci nel vivo saranno, io credo, le conseguenze politiche di quella sentenza.

Capisco il ragionamento di chi dice: sette anni non sono certo uno scherzo, né una mezza assoluzione. Ma se usciamo solo per un attimo dalla logica, tutta politichese-politicante, di dover replicare alle reazioni interessate del grosso del Pdl comprendiamo come in questa sentenza si nasconda, oggettivamente, una bomba ad orologeria. Ne sentiamo, io credo, nettamente il ticchettio.

Nel decreto di archiviazione del procedimento a carico di Berlusconi e Dell’Utri, come mandanti esterni della stagione delle stragi ’92-’93, il Gip di Caltanissetta Giovambattista Tona, nel 2002, scrisse:

“Già nel 1992 Dell’Utri aveva avviato delle iniziative finalizzate ad incidere sugli scenari politici in progressiva trasformazione in modo da raccogliere consensi attorno a formazioni non avverse alla Fininvest”.

Negli anni successivi, un insieme assai denso di prove documentali e testimonianze (non solo di pentiti di mafia) hanno prodotto una consapevolezza “storico-politica” prima che giudiziaria: a Marcello Dell’Utri, il nascente partito berlusconiano, nel ’92-’93, sembrò affidare una missione inequivocabile. Quella di convogliare in un’ unica formazione la grande ed eterogenea massa di interessi illegali che in Campania, Calabria e Sicilia, tentava invece la strada di una progressiva “secessione” dal blocco di potere che fino ad allora li aveva rappresentati. Quel blocco di interessi sembrava allora dire: “Adesso facciamo da soli”.

In questa doppia e opposta prospettiva di separazione e ricomposizione, i rapidi movimenti di quella massa di interessi non certo e solo mafiosi sembrarono scanditi da tutta una serie di fatti apparentemente minori sul piano giudiziario, ma assai significativi sul versante politico. Ad esempio: il ruolo avuto in quella fase dal primo e unico ideologo della Lega, Gianfranco Miglio. Che teorizzava un’Italia divisa in aree di interesse prima che da confini geografici. E ancora: il ruolo assunto dall’allora presidente Cossiga, inteso non tanto e non solo a picconare i vecchi e marci partiti, quanto a determinare un’evoluzione plebiscitaria e presidenzialista della forma di Stato e di governo. Gianfranco Miglio e Francesco Cossiga apparivano – ma questo è solo il mio punto di vista – due facce opposte di una medesima medaglia.

E solo per accenno va ricordato quel che lo “Stato” non fece per resistere a tutto questo. Uno Stato nei suoi gangli che contano (non certo “deviati”), che per tutelare e garantire una continuità fra il vecchio sistema e quel che avrebbe preso il suo posto non videro, né sentirono, di molte, troppe trattative. Dovrebbe oggi far riflettere il ruolo di certi ministri dell’Interno, e di altri ministri dell’Interno “ombra”. Che per “senso” dello Stato lasciarono che il mostro mafioso mutasse geneticamente in forza di trattative che non ebbero l’intenzione di soffocarlo, bensì di ridargli senso, legittimità e funzione storica.

In conclusione di questi pochi pensieri che vorrebbero semplicemente stimolarne altri, voglio dire che questa sentenza, sul piano storico-politico s’intende, cioé per il valore che assume oggettivamente nella attuale vicenda italiana, mi sembra prepari nuove mostruosità. Nuove mediazioni storiche. Il cambiare tutto per non cambiare nulla. Vogliamo parlarne?