La solidarietà non conosce crisi. O quasi, perché negli ultimi tre anni pare invece che il detto sia stato sconfessato. Domenica scorsa, all’Angelus, il Papa ha ricordato ai fedeli la ricorrenza della Giornata della Carità, giornata in cui si raccolgono in tutto il mondo le offerte di carità al pontefice note come Obolo di San Pietro. Si tratta di un’offerta di denaro fatta dai fedeli al papa, il 29 giugno o la domenica più vicina a quella data. Nel 2008 l’Obolo è ammontato complessivamente a poco più di 75 milioni di dollari, quasi 50 milioni di euro. L’anno precedente le offerte avevano sfiorato gli 80 milioni di dollari, e nel 2006 si erano assestate a 101 milioni. I maggiori contributi provengono dai cattolici degli Stati Uniti, dell’Italia e della Germania e le recenti vicende riguardanti gli scandali di pedofilia non sono del tutto estranee al calo di consensi e di offerte.

Nel corso dell’ultima assemblea generale della CEI, monsignor Tullio Poli, direttore dell’Ufficio Obolo di San Pietro, ha reso noti i dati della raccolta italiana del 2009, che segnano «un buon recupero» rispetto a quelli dell’anno precedente, passando da 2.660.585,97 a 3.405.580,21 euro, con un incremento del 28%. Ma non bastano certo le offerte italiane a raddrizzare la tendenza al ribasso degli ultimi anni. I dati sulla raccolta di quest’anno verranno sottoposti, a luglio, al Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede, prima di essere divulgati ufficialmente. Sabato 26, intanto, il pontefice ha ricevuto una delegazione del Circolo San Pietro, giunta dal Papa per consegnare, come di consueto, la colletta dell’”Obolo di San Pietro”, realizzata ogni anno nelle parrocchie e negli istituti della Diocesi di Roma.

In flessione anche l’otto per mille, anche se con modalità differenti. Perché il meccanismo dell’otto per mille è abbastanza farraginoso. Introdotto col Nuovo Concordato del 1984, firmato da Bettino Craxi e dal cardinale Casaroli, funziona come una specie di enorme referendum: in base alle firme espresse viene ripartito, in percentuale, l’intero gettito dell’otto per mille. Non solo il gettito di chi ha “firmato” nello spazio apposito sulla dichiarazione dei redditi. Poco importa che solo un italiano su quattro “firmi”, non esiste alcun quorum, e la ripartizione viene effettuata comunque. Si intende che, in questo modo, sono più i fondi ricevuti per le scelte inespresse che quelli ricevuti per le scelte espresse. A titolo di esempio, nel 2004 (l’anno più recente di cui sono disponibili i dati ufficiali completi di tutte le confessioni beneficiarie) il gettito complessivo dell’otto per mille è stato di circa 897 milioni di euro. Il 39,6% dei contribuenti ha espresso la propria scelta con una firma, e la somma corrispondente (355 milioni di euro) è stata distribuita tra i sette enti riconosciuti dallo Stato come destinatari. Il 60,4% non si è pronunciato, ma la quota corrispondente dell’otto per mille, pari a 541 milioni di euro, è stata comunque redistribuita secondo le percentuali relative alle scelte espresse. Alla Chiesa cattolica sarebbero dovuti andare poco meno di 310 milioni di euro, invece ha incamerato anche quasi il 90% delle quote di chi non ha espresso alcuna preferenza, ricevendo altri 472 milioni di euro.

Risulta chiaro che il vero business sta nella ripartizione del gettito di chi non esprime alcuna preferenza. Ma, negli ultimi due anni, qualcosa è cambiato. Qualcosa che ha immediatamente messo in allarme la Chiesa cattolica. Tanto è vero che alla 58° Conferenza Episcopale Italiana, svoltasi alla fine di maggio 2008, si è molto parlato del problema e di come risolverlo. Ma cos’è cambiato? La percentuale di quanti non esprimevano la loro preferenza. Sì, perché il 3% di coloro che “non firmavano” per l’otto per mille, ha cambiato idea. E ha cominciato a firmare. In favore dello Stato. Tutto questo allarme per il solo 3%? E sì, perché quel piccolo 3% equivale a 35 milioni di euro, più o meno quello che la CEI spende per il “Fondo per la catechesi e l’educazione cristiana” o per le “esigenze caritative di rilievo nazionale”.

Dopo lo scandalo degli abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti, tra l’altro, anche in altri paesi la Chiesa risente economicamente della disaffezione dei cattolici. In Austria, tanto per citare un esempio, sempre più fedeli abbandonano la Chiesa cattolica. L’anno scorso furono oltre 53.000, e quest’anno se ne prevedono altri 80.000, con una perdita di contributi, per la Chiesa, di oltre otto milioni di euro. Sì, perché in Austria la propria appartenenza ad una confessione religiosa va dichiarata, e al reddito viene applicata una ritenuta per finanziare la propria chiesa. Chi abbandona la propria confessione religiosa, lo fa con un atto formale, e le cifre sono preoccupanti, soprattutto se lette in chiave economica. La perdita per la Conferenza episcopale austriaca, negli ultimi due anni, è stimata intorno ai 15 milioni.

di Vania Lucia Gaito