di Marco Lillo | 29 giugno 2010
Innocenzi alla Sipra? Roba da Zimbabwe
Ma non è questa la novità. E non è nemmeno una novità che il Corrierone eviti di citarci. A sorprendere è invece il fatto che il giornale di via Solferino accanto all’opzione Invitalia indichi una seconda possibile poltrona che sarebbe pronta per il commissario dimissionario dell’autorità Garante delle Comunicazioni: la Sipra. Stiamo parlando della concessionaria pubblicitaria della tv pubblica, la cassaforte della RAI, che sarebbe così affidata all’uomo più fedele del “Grande capo“, come lui stesso chiamava Silvio Berlusconi al telefono. A sorprendere ovviamente non è il fatto che nel Pdl si pensi a una simile soluzione finale per il principale concorrente di Berlusconi sul mercato tv. Da Alessio Gorla a Deborah Bergamini, sono tanti gli ex dipendenti spediti oltre le linee di viale Mazzini a presidiare le aree chiave della Rai. Sorprende invece che il Corriere della sera ventili l’ipotesi come una subordinata qualsiasi.
Piazzare Innocenzi a capo di Sipra sarebbe come nominare Previti al ministero della giustizia, e visti i precedenti l’ipotesi va presa sul serio. Innocenzi al telefono parla con Berlusconi di Mediaset come se fosse la ”loro” azienda, un patrimonio comune da tutelare da eventuali azioni dell’Agcom. Se il Cavaliere e il fido Masi avranno il coraggio di nominare alla Sipra il terzo vertice del triangolo delle telefonate di Trani contro Annozero, lo “Zimbabwe” (preconizzato da Masi al telefono proprio con Innocenzi) sarebbe realtà. Una simile nomina supererebbe ogni limite, non solo di decenza ma anche di legge. C’è un precedente identico che il Corriere evita di citare: il caso di Alfredo Meocci. L’ex giornalista RAI fu eletto commissario dell’Authorithy e nel 2005, proprio come si pensa di fare per Giancarlo Innocenzi, fu nominato alla RAI, come direttore generale. L’Agcom poi dichiarò illegittima la nomina perché era incompatibile e la Procura della Corte dei Conti chiese milioni di danni ai consiglieri RAI che l’avevano approvata. Forse la paura dei vertici RAI di rimetterci in proprio è l’unica speranza che ci rimane.




