«Commette un delitto chi, nel suo precipitoso darsi da fare, con brutale disinvoltura calpesta anche un solo verme». Se bisogna ricordare Rina Gagliardi, morta implacabilmente ieri mattina all’età di 63 anni, la frase, il concetto più appropriato è dentro questa espressione di Rosa Luxemburg. E non a caso, Rina l’avevamo sentita al telefono solo dieci giorni fa per proporle di far partre del Comitato editoriale delle Opere complete della rivoluzionaria polacca. In quella telefonata avevamo saputo della sua malattia, improvvisa e brutale come solo la vita può essere.

Lei, giornalista militante, firma storica del manifesto, poi alla direzione di Liberazione, insieme a Sandro Curzi, nel momento (forse l’unico) di maggiore vitalità di quel giornale e infine senatrice, un po’ smarrita e spaesata, di Rifondazione comunista tra il 2006 e il 2008, in quell’affermazione appendeva il filo della propria vita politica, perché nonostante il giornalismo, cifra della sua esistenza, era la politica a appassionarla sopra ogni cosa. La sua “nota”, prima sul manifesto e poi su Liberazione, era invidiata (giustamente) dai grandi giornali, citata dalle rassegne, utilizzata per capire la politica, i suoi movimenti e i suoi paradossi che Rina padroneggiava con disinvoltura, bravura cronachistica, acume giornalistico e comprensione complessiva. Le discussioni con lei sulla “politica” intesa come scienza, come sintesi dei mille fattori che contribuiscono all’agire sociale – economici, culturali, religiosi, moventi all’agire strutturali e sovrastrutturali – sono uno dei ricordi più preziosi che porto dietro dei sei anni vissuti insieme alla direzione di Liberazione. Anni intensi, densi, fatti di mille scontri ma soprattutto di una solida complicità professionale che ci ha permesso di mantenere immutata una stima e un rapporto reciproco.

Rina era ormai conosciuta e ricordata per il suo lavoro nel Prc, in cui è stata intimamente “bertinottiana” non per stupida fedeltà o per burocratico interesse ma perché in sintonia politica e umana (due variabili non scindibili nella sua concezione), con l’ex segretario di Rifondazione comunista, sintonia che non ha mai rinnegato né rimpianto. Ma la parte prevalente della sua vita professionale l’ha passata al manifesto, venticinque anni, in cui da semplice redattrice è arrivata fino alla direzione, per poi abbandonare il giornale di via Tomacelli e passare, prima al lavoro culturale del Prc – co-dirigendo con Armando Cossutta la rivista teorica Rifondazione – e poi a Liberazione. Ma del manifesto è stata sempre parte integrante, vivendone, anche da esterna, le vicissitudini, i dolori e le, poche, gioie. Da allieva riconoscente, amava citare Luigi Pintor, maestro assoluto di giornalismo politico, portandolo a esempio senza alcuna retorica, anzi in un pudore e una riservatezza che rendeva quel legame incomprensibile ai più.

Era nata nel 1947 a Pisa, alla quale è rimasta sempre legata, ricoscente per la sua laurea in filosofia alla Normale. Ma nel 1971 era già approdata ga Roma, al manifesto, nel momento della nascita del quotidiano “comunista”. E in questa veste ha condotto la classica vita dei militanti politici degli anni 70: riunioni interminabili, due soldi di retribuzione – solo pochi mesi fa aveva scoperto che nonostante circa quarant’annni di lavoro non aveva tutti i contributi necessari alla pensione o comunque doveva faticosamente ricomporli – centinaia di sigarette (alla fine, letali), passione mista a delusione, tutto l’armamentario, insomma, del sessantottino che aveva scelto di impegnarsi a fondo.

Tra il ’94 e il ’95, quando Bertinotti diventa segretario di Rifondazione comunista, sceglie però di passare all’impegno di partito, nel ruolo di condirettrice di un mensile, Rifondazione, voluto allora da Cossutta come luogo di riflessione e dibattito in un partito che ha appena preso il volo. E Rina, che non aveva niente da dividere con la storia di Cossutta, svolge quel ruolo con precisione e disciplina, riuscendo a intavolare un’intesa anche con il vecchio leader comunista.

Poi, nel 1998, Cossutta rompe con Bertinotti, provoca la scissione, una parte del Prc se ne va e anche Liberazione, il quotidiano che proprio Cossutta aveva fortemente voluto, subisce una grave crisi. Per rilanciarlo viene fatta una scelta davvero azzeccata, una doppia direzione affidata a Sandro Curzi e Rina Gagliardi. Una coppia di professionisti che imprime al giornale autorevolezza, affidabilità e serietà. La co-direzione è una delle esperienze più divertenti che ci sia capitato di fare: un “vecchio” giornalista comunista completamente avvinghiato alla professione e, forte della “mitica” direzione del Tg3, fortemente “populista”, legato cioè al linguaggio popolare; e una giornalista colta, a volte un po’ elitaria, profondamente interessata ai “nessi” e molto più attenta anche ai movimenti interni al partito e alle necessarie mediazioni. Non a caso Rina è una delle componenti della direzione nazionale del Prc e lo sarà fino a quando resterà in quel partito.

La coppia regge all’urto di tutte le difficoltà ma soprattutto gestisce felicemente insieme una fase di espansione del giornale legata soprattutto alla fase dei movimenti, da Genova a Porto Alegre. Nonostante gli scontri, le condivisioni e le comuni intuizioni hanno la meglio e il ruolo di Rina accanto a Sandro Curzi diventa prezioso anche se, forse, è colpevolmente sottovalutato sia nel partito che nel panorama del giornalismo italiano.
Rina redigeva una nota politica in venti minuti ma era anche in grado di organizzare un dossier del giornale du Walter Benjamin; e poi sapeva tutto della Fiorentina, squadra del cuore ma anche di Mina, “la” cantante o di Maria Callas, “la” voce. Possedeva circa 5000 dischi di musica colta e conosceva tutte le opere liriche. Una miniera di citazioni, di ricordi, di competenze e conoscenze che la rende un punto fermo, per fare un giornale, scrivere un articolo, o passare una piacevole serata a cena. Una figura che nella sua irritante distrazione e confusione sapeva infondere anche una certa sicurezza materna benché non avesse mai avuto figli. E dietro un atteggiamento sbrigativo nelle cose di partito, dietro una certa accondiscendenza per i riti dei gruppi dirigenti, dietro la stessa “fedeltà” con cui ha difeso l’esperienza del governo Prodi, si celava però la persona che considerava «un delitto» calpestare un solo verme: una persona capace di emozionarsi, piangere, ridere con gusto, divertirsi nel gossip più banale ma anche impegnarsi nella comprensione di qualcosa “d’altro”.

Dopo la “diaspora” di Rifondazione, con Rina ci siamo incontrati poche volte ma ogni volta è stato uno scambio minuzioso di riflessioni politiche, informazioni e commenti. Uno scambio fatto con gusto, con divertimento, quasi con felicità. E chiedendomi ora, mentre scrivo queste tristi righe, cosa fosse quella felicità di incontrarsi, discutere, conversare, capisco che si tratta della felicità che riesce a trasmettere la viva intelligenza. Di quell’intelligenza, cara Rina, non se ne trova molta in giro. E credo che anche questo renderà inconsolabile la tua scomparsa per Dado a cui va il nostro fraterno abbraccio.