Ci ha provato a lungo:

“Uno passa buona parte della sua età adulta a sostenere che il berlusconismo non è un fenomeno criminale ma politico, che il Cavaliere ha successo perché ha un messaggio e non soltanto un mezzo (televisivo), che vince le elezioni perché incarna un’idea e una speranza e non perché l’Italia è fatta di una maggioranza di corrotti e di evasori che si identifica con lui”

poi…

“Poi Berlusconi, con il favore delle tenebre, senza dire niente a nessuno, nomina l’amico, sodale e imputato Aldo Brancher ministro del nulla, e Aldo Brancher attua immediatamente – invece del federalismo – il legittimo impedimento per evitare il suo processo. E ti chiedi dove hai sbagliato”

Chi verga queste righe addolorate? Chi trova le sue certezze d’un tratto infrante, le proprie fini analisi ormai del tutto inutili? Il poeta Sandro Bondi colto da un improvviso rigurgito? La pasionaria Michela Vittoria Brambilla con gli occhi aperti come mai lo erano stati? Non proprio, è invece il direttore riformista appena ravveduto sull’ultimo ministro ad personam; lo stesso direttore che lo scorso anno proprio a Berlusconi aveva assegnato il formidabile “Oscar per la politica 2008“.